Tra arte e moda, la geometria dell’Imigongo racconta il Ruanda post-genocidio

di Tommaso Meo

di Samuele Gobbi*

Esistono geometrie che hanno il potere di ricucire lo strappo di una nazione, così come filo e ago sanno cucire le ferite della pelle, e poi ci sono parole che cuciono di nuovo insieme gli strappi dell’anima.

In Ruanda, questa “sutura” ha un nome e una forma: l’Imigongo. Nata nel XIX secolo tra le colline di Kibungo, questa pittura decorativa utilizza la materia più umile – lo sterco di vacca misto all’argilla – per dare vita a un rigore geometrico assoluto. È il paradosso della bellezza che germoglia dal fango: un atto di resilienza che oggi, a trent’anni dal buio del 1994, è diventato il simbolo della ricostruzione identitaria di un intero popolo.

Se la storia ha inferto ferite profonde alla pelle della nazione ruandese, l’arte Imigongo agisce come un ago invisibile che riaccosta i lembi della memoria. Le sue linee – spirali, rombi, zig-zag – hanno abbandonato le pareti delle capanne rurali per trasferirsi sui tessuti, entrando con prepotenza nel mondo del fashion design contemporaneo.

È qui che il cerchio si chiude: la ferita, una volta cucita, necessita di essere vestita. Stilisti come Matthew Rugamba (House of Tayo) o Moses Turahirwa (Moshions) hanno compreso che queste geometrie non sono grafismi di tendenza, ma un codice etico. Indossare l’Imigongo oggi significa trasformare la cicatrice in orgoglio, offrendo alle nuove generazioni una veste che parla di dignità e di appartenenza.

L’Imigongo ci insegna che l’identità non si cancella, ma si modella. Per chi indaga i linguaggi visivi, queste forme sono la prova che l’arte può essere un atto di cura. Non è solo moda; è il tentativo di ricomporre, attraverso il ritmo del segno e la memoria della terra, quegli strappi che nessuna cronaca storica potrà mai descrivere pienamente. Restituiamo così al fango la sua nobiltà e alla geometria il suo potere curativo.

* Samuele Gobbi è uno storico, saggista e poeta. Docente Irc con esperienza quinquennale, si occupa di linguaggi della resilienza e memoria storica. Già autore di “Verso Nocria” (Robin Edizioni, 2018), sta attualmente ultimando un saggio sul Ruanda post-genocidio basato su testimonianze dirette e d’archivio riguardanti le figure dei “Giusti”. La sua ricerca esplora il legame tra estetica africana, etica e ricostruzione dell’identità.

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