di Valentina Giulia Milani
La crisi esplosa in Guinea-Bissau si inserisce in un contesto di crescente instabilità in Africa occidentale e nel Sahel, segnato da colpi di Stato e rotture istituzionali. Per Edoardo Baldaro – professore associato in scienza politica e relazioni internazionali all’Università di Palermo – occorre non interpretare gli eventi attuali come un ritorno ai golpe del passato, ma come l’esito del lento logoramento dei sistemi politici nati dopo le transizioni degli anni 90.
La crisi esplosa in Guinea-Bissau arriva in una regione già segnata, negli ultimi anni, da una sequenza di colpi di Stato e rotture istituzionali. Una fase storica dell’Africa occidentale e del Sahel che, come osserva Edoardo Baldaro, è percepita come “un’ondata di nuovo militarismo che sembrava qualcosa che, dopo gli anni 90, ci eravamo lasciati alle spalle, non soltanto in Africa occidentale, ma in tutto il continente”. Con queste parole il professore associato in scienza politica e relazioni internazionali all’Università di Palermo – con esperienza decennale di ricerca su dinamiche politiche e di sicurezza in Sahel e Africa occidentale – intervistato da Africa Rivista, introduce il quadro di fondo necessario a leggere ciò che sta accadendo.
Per Baldaro, gli eventi attuali non vanno interpretati come un semplice ritorno ai golpe del passato, ma come l’esito del lento logoramento dei sistemi politici nati dopo le transizioni degli anni 90. In molte realtà africane, spiega, “il governo civile è più l’eccezione che la regola”, e la delusione verso istituzioni incapaci di garantire sviluppo, sicurezza e servizi essenziali si è trasformata in un diffuso sentimento di sfiducia.
Il punto più critico resta il Sahel centrale – Mali, Niger e Burkina Faso – dove Baldaro individua un vero e proprio “cluster” di crisi interconnesse. Qui, afferma, “abbiamo avuto sia, ed è tuttora in corso, la crisi securitaria che ha sconvolto gli equilibri politici, sociali, comunitari in tutta l’area, per le insorgenze jihadiste che i governi civili precedenti non sono stati in grado di gestire”, governi che si sono rivelati “sia corrotti che repressivi”. A ciò si è aggiunto un massiccio intervento internazionale “principalmente ispirato al controterrorismo” che ha “rafforzato le componenti militari di questi regimi”, trasformandole nei principali interlocutori esterni. È in questo terreno – un “mix di crisi mai risolta, anzi peggiorata, rottura del patto sociale coi cittadini e componente militare che emerge come il principale partner internazionale” – che hanno attecchito i colpi di Stato.

Non stupisce, dunque, che i tre Paesi procedano oggi su una traiettoria comune. “Mali, Niger e Burkina hanno infatti creato la Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), oltre ad avere una narrazione condivisa”, ricorda Baldaro. Una narrazione costruita su retoriche anti-occidentali e discorsi di emancipazione, benché, avverte, “ci sia molto poco di emancipatorio ed anti-imperialista nel loro agire”.
Oltre il cuore del Sahel, però, le dinamiche cambiano. “Gli altri colpi di Stato hanno storie un po’ diverse”, precisa lo studioso. In Guinea, ad esempio, la rottura è stata “una dinamica interna”, mentre in Gabon si è trattato “di un colpo di Stato interno alla stessa élite”. È vero che i nuovi regimi si richiamano a immagini e retoriche simili, ma questo non deve indurre a sovrapporre contesti distinti: “Il contesto internazionale li mette assieme e costruisce un immaginario politico a cui i nuovi golpisti possono rifarsi”, osserva Baldaro, ma le cause profonde restano eterogenee.
Sul piano più generale, il nodo strutturale è la crisi della democrazia africana. “Trent’anni di svolta democratica” non hanno prodotto un reale cambiamento nelle pratiche politiche: molte democrazie sono diventate, spiega Baldaro, “neo-patrimoniali dentro una cornice democratica ma svuotata di significato”. Da qui una crescente “perdita di fiducia nella democrazia”. Al tempo stesso, l’indebolimento del ruolo occidentale nella cooperazione ha ridotto le pressioni per l’organizzazione di elezioni competitive: “Negli anni 90 anche i regimi autoritari dovevano far finta di organizzare le elezioni perché la democrazia era l’unica via. Adesso non è più così”.

In questo scenario, la figura di Ibrahim Traoré, alla guida della giunta burkinabé, diventa emblematica. Baldaro sottolinea come il leader stia costruendo “una comunicazione social” pensata per pubblici esterni più che interni: “Lui prova a fare il nuovo Sankara”. Il messaggio è calibrato sulle diaspore e sui giovani africani connessi: “Ho la convinzione che tutta la sua comunicazione social parli più all’esterno che non all’interno”, afferma, anche perché nel Paese “forse il 25% della popolazione ha accesso a Internet regolarmente”. Non sorprende quindi, nota, vedere “ragazzi della diaspora con le magliette di Traoré per le strade” europee.
Al di là delle singole traiettorie, ciò che unisce il quadro attuale è la fase di passaggio che il continente sta attraversando. Per Baldaro si tratta di “un momento di rottura e di rinegoziazione del rapporto tra i cittadini e i loro regimi”. Una fase il cui esito non è predeterminato: “Andiamo sempre di più verso un periodo che io definirei di rinegoziazione”, spiega, “che può andare in una direzione di inasprimento autoritario, ma può anche far nascere nuove esperienze”.
Un equilibrio instabile, dunque, in cui il Sahel e l’Africa occidentale oscillano tra nuove forme di autoritarismo e tentativi, ancora incerti, di ricostruire il patto sociale. E in cui, come ricorda Baldaro, dietro ogni golpe e dietro ogni protesta si intravede “il fallimento di un modello politico che non è riuscito a rispondere alle aspettative di milioni di cittadini”. Una promessa mancata che continua a segnare la traiettoria della regione.



