Di Valentina Giulia Milani
Il processo a Riek Machar, più politico che giudiziario, segna il tramonto dello storico rivale di Salva Kiir. Tra fragilità istituzionale e frammentazione, la stabilità del Paese resta un traguardo lontano. Ne abbiamo parlato con Sara de Simone, ricercatrice in Storia e Istituzioni dell’Africa presso l’Università di Trento.
Il processo a Riek Machar, ex vicepresidente e storico rivale del presidente Salva Kiir, si è aperto in questi giorni a Juba in un clima di tensione politica e istituzionale. Per Sara de Simone, ricercatrice in Storia e Istituzioni dell’Africa presso l’Università di Trento, il procedimento non ha una reale natura giudiziaria: «Il processo è già stato sospeso e aggiornato, perché la difesa ha contestato la giurisdizione della Corte. Secondo i legali si tratta di una violazione dell’accordo di pace, che prevedeva un meccanismo diverso, con il coinvolgimento dell’Igad. In ogni caso, è evidente che si tratta di un processo politico: la giustizia c’entra poco, come sottolineano tutti i commentatori».
Secondo la studiosa, la vicenda giudiziaria non segna una rottura definitiva tra Kiir e Machar, ma sancisce piuttosto la fine di un ciclo politico. «Mi sembra difficile immaginare un ritorno a una spartizione del potere tra i due. Negli ultimi anni Kiir ha occupato i gangli decisionali, sia a livello politico che economico-finanziario, spesso piazzando parenti e fedelissimi in posizioni strategiche. Machar, politicamente, è ormai finito. È emerso un nuovo leader dell’SPLM-IO, ma con pochissima credibilità e seguito. Non credo ci sarà un ritorno al vecchio schema di condivisione del potere».
La crisi attuale, sottolinea de Simone, non significa necessariamente un ritorno alla guerra civile, ma non garantisce neppure la pace. «Bisogna distinguere tra il livello politico e la violenza sul territorio. Gli scontri di Nasir, a marzo, non hanno nulla a che vedere con Machar. In realtà erano dinamiche locali: milizie che reagiscono a una presenza militare percepita come predatoria. I soldati vengono pagati in modo irregolare, restando anche per lunghi periodi senza accesso a denaro contante. Questo genera tensioni che danno luogo a un conflitto a bassa intensità caratterizzato da episodi di violenza, che continueranno indipendentemente dal destino politico di Machar».

Il Sud Sudan resta quindi prigioniero di una frammentazione estrema. Non si tratta più di un conflitto tra due leader, ma di una galassia di gruppi e milizie difficili da ricondurre a un’unica leadership. «Il Paese non è stabile. Possono esplodere conflitti in qualsiasi momento, sempre legati alla contrapposizione tra attori locali e l’esercito, percepito come vessatorio. A livello centrale, Kiir resta dominante, anche se è anziano e malato. La sua famiglia controlla apparato statale, economia e forze armate. Non vedo una minaccia reale a questo dominio, per il momento. Ma l’instabilità periferica continuerà, con focolai di violenza locali».
Un attore cruciale resta l’Uganda, che in passato è intervenuta militarmente a sostegno del governo di Juba. «Museveni e Kiir hanno sempre avuto un rapporto stretto, con percorsi politici simili. L’Uganda ha avuto un ruolo decisivo durante la guerra civile, anche con truppe sul campo. Oggi Museveni, pur contestato, resta un leader esperto e un autocrate di lungo corso. Il suo messaggio implicito è: “finché ci sono io, l’instabilità è contenuta”. L’Uganda, inoltre, trae vantaggio dall’instabilità sudsudanese: fornisce gran parte dei beni alimentari che riforniscono Juba e le principali città. Quindi mantiene un equilibrio ambiguo: stabilizzare senza risolvere del tutto».

Dal punto di vista regionale, però, il peso della crisi resta limitato. «È un conflitto che interessa relativamente poco fuori dai confini. Diverso era quello con Khartoum, che aveva una valenza regionale. Oggi, rispetto alla crisi in Sudan, molto più grave e strategicamente rilevante, il Sud Sudan rimane un problema interno. Le milizie locali, come la White Army, hanno obiettivi molto circoscritti: difendere villaggi e bestiame, non prendere il potere a livello nazionale».
La fragilità dello Stato sudsudanese resta dunque il principale fattore di instabilità. «Anche l’esercito è eterogeneo: ha inglobato varie milizie per cooptarle, ma con pagamenti irregolari la lealtà è fragile. Non escludo che pezzi dell’esercito possano staccarsi e combattere contro lo Stato, come già accaduto. Sul piano regionale ci sono stati rapporti con gli Emirati, ma mai consolidati. L’élite sudsudanese ha dimostrato scarse capacità strategiche, spesso alienando possibili alleati, anche accumulando debiti non onorati. La governance rimane estremamente debole».
Un quadro che, secondo Sara de Simone, non lascia presagire scenari di stabilità duratura: conflitti a bassa intensità, leadership indebolite, un esercito frammentato e un potere centrale concentrato nelle mani di una famiglia. Con un Paese che, ancora una volta, sembra non riuscire a trovare un equilibrio politico sostenibile.



