di Valentina Giulia Milani
Restituito dalla Francia il Djidji Ayôkwé, saccheggiato nel 1916. Un gesto simbolico mentre il 90% del patrimonio culturale africano si trova ancora fuori dal continente
Centodieci anni dopo essere stato saccheggiato dalle truppe coloniali francesi, nel 1916, il tamburo parlante Djidji Ayôkwé torna in Costa d’Avorio. Non è soltanto la restituzione di un oggetto: è il ritorno di una voce. Lungo oltre tre metri e scavato in un unico tronco, il tamburo era lo strumento con cui il popolo Ebrié comunicava tra villaggi, annunciava decisioni politiche e scandiva momenti rituali. La sua resitituzione dalla Francia è stata concordata nel 2024 e il 20 febbraio è stato ufficialmente riconsegnato ad Abidjan.
A raccontare la cerimonia di restituzione è stato il quotidiano francese Le Monde, che ha ricostruito le tappe del rientro del manufatto e il suo valore simbolico per la Costa d’Avorio. Per consentire la restituzione, la Francia ha approvato una legge specifica che derogasse al principio dell’inalienabilità delle collezioni pubbliche, che per decenni ha impedito il rimpatrio definitivo delle opere conservate nei musei statali.
Il ritorno del tamburo si inserisce nel solco aperto nel 2017 dal presidente Emmanuel Macron, che promise di creare le condizioni per la restituzione del patrimonio africano sottratto in epoca coloniale. Quella promessa si è tradotta nel 2018 nel rapporto commissionato agli studiosi Felwine Sarr e Bénédicte Savoy, noto come rapporto Sarr-Savoy, che stimava come tra l’85 e il 90% del patrimonio culturale africano si trovi oggi fuori dal continente. Il documento, pubblicato dal governo francese, ha rappresentato un punto di svolta nel dibattito internazionale.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Il Musée du Quai Branly–Jacques Chirac di Parigi conserva da solo circa 70.000 oggetti provenienti dall’Africa subsahariana, secondo i dati ufficiali del museo. Il British Museum di Londra e l’Humboldt Forum di Berlino custodiscono a loro volta collezioni imponenti di opere africane, molte delle quali acquisite in contesti coloniali o militari.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di restituzione. Nel 2021 la Francia ha restituito al Benin 26 opere saccheggiate nel 1892 durante la conquista del regno di Dahomey, come riportato dal ministero della Cultura francese e da diverse agenzie internazionali. Nel 2022 la Germania ha formalizzato la restituzione di centinaia di bronzi del Benin alla Nigeria, manufatti trafugati nel 1897 dalle truppe britanniche, come annunciato dal governo tedesco e dal National Commission for Museums and Monuments della Nigeria. Anche il Belgio ha firmato un accordo bilaterale con la Repubblica democratica del Congo per avviare la restituzione di opere provenienti dal periodo coloniale, secondo quanto comunicato dal ministero degli Esteri belga.
Si tratta, in molti casi, di restituzioni simboliche rispetto all’enorme quantità di oggetti ancora conservati in Europa. Ma il significato politico è rilevante. Il tema della restituzione è ormai quasi parte integrante delle relazioni diplomatiche tra Stati africani ed ex potenze coloniali. Non riguarda solo l’arte, ma la memoria storica e il riconoscimento di una stagione di spoliazione.
In Africa occidentale, la Nigeria ha fatto della richiesta dei bronzi del Benin una priorità nazionale. In Etiopia si continua a rivendicare la restituzione dei manoscritti e dei tesori di Magdala sottratti dalle truppe britanniche nel 1868. In Senegal e Ghana il dibattito è entrato stabilmente nell’agenda culturale e politica. La restituzione non è più un gesto isolato, ma un fenomeno continentale che tocca identità, sovranità culturale e costruzione della memoria postcoloniale.
I grandi musei europei continuano a sollevare questioni legate alla conservazione, alla sicurezza e alla capacità espositiva nei Paesi di origine. Alcune istituzioni propongono prestiti a lungo termine anziché restituzioni definitive. I governi africani ribattono che la questione è prima di tutto giuridica e morale: molti di quegli oggetti furono sottratti in contesti di conquista militare e dominio coloniale.
Il rientro del Djidji Ayôkwé, raccontato da Le Monde come un gesto “storico”, va dunque oltre il valore del singolo manufatto. Restituisce alla Costa d’Avorio un simbolo identitario e riapre una domanda destinata a segnare il dibattito internazionale ancora a lungo: chi ha il diritto di custodire la memoria di un popolo? Se la stagione delle restituzioni è davvero iniziata, la sfida ora sarà trasformare le decisioni caso per caso in una politica strutturale e trasparente. Perché nei depositi dei musei europei, la storia dell’Africa è ancora in attesa di tornare a casa.



