La situazione umanitaria nello Stato del Darfur settentrionale resta “catastrofica” dopo la caduta della capitale El Fasher, con continui attacchi contro i civili. Lo ha dichiarato nel fine settimana l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha). Secondo l’agenzia, i civili continuano a fuggire verso Tawila, località situata a circa 40 chilometri da El Fasher, mentre l’accesso umanitario alla città rimane bloccato. A Tawila, le Nazioni Unite e i partner locali stanno registrando i nuovi sfollati per fornire assistenza d’emergenza, ma persistono gravi carenze in termini di ripari, medicinali, forniture chirurgiche, cibo e supporto psicosociale.
L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima che tra il 26 e il 29 ottobre almeno 62.000 persone siano state costrette a lasciare Al Fasher e le aree circostanti, mentre l’insicurezza lungo le rotte di fuga continua a ostacolare gli spostamenti.
L’Ocha ha inoltre segnalato che anche la situazione nello Stato del Kordofan settentrionale resta allarmante: secondo le stime dell’Oim, circa 36.000 persone sono state sfollate dalla città di Bara, a nord della capitale El Obeid, solo nell’ultima settimana.
L’agenzia Onu ha rinnovato l’appello alla comunità internazionale per nuovi finanziamenti flessibili, ricordando che finora è stato coperto meno di un terzo del piano di risposta umanitaria da 4,2 miliardi di dollari destinato al Sudan.
Una risposta sanitaria d’emergenza è stata attivata dall’Africa Cdc, il Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie dell’Unione africana, dopo l’attacco contro un importante ospedale a Al Fasher, nel Darfur settentrionale.
In un comunicato, l’agenzia sanitaria dell’Unione africana ha riferito di aver inviato forniture mediche essenziali dopo l’assalto della scorsa settimana al Saudi Maternity Hospital, uno dei pochi centri ancora operativi nella città. Secondo l’Africa Cdc, l’attacco ha provocato “centinaia di vittime tra pazienti e operatori sanitari e il rapimento di diversi membri del personale”, paralizzando le attività della struttura e aggravando la crisi sanitaria nella regione.
Il direttore generale dell’Africa Cdc, Jean Kaseya, ha definito l’accaduto “non solo una tragedia umana ma un’emergenza di sanità pubblica”, sottolineando che la priorità immediata è “salvare vite, prevenire epidemie secondarie e proteggere le infrastrutture sanitarie da cui dipendono le comunità”.
L’agenzia, che sta collaborando con il ministero della Salute sudanese e con l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha dispiegato esperti di emergenza e di laboratorio per valutare la situazione sul terreno, sostenere il controllo delle epidemie e garantire la continuità dei servizi essenziali. Il comunicato avverte inoltre che il protrarsi del conflitto, gli spostamenti di massa e l’accesso limitato alle cure stanno aggravando una crisi sanitaria già segnata da focolai simultanei di colera, dengue, morbillo e difterite. L’Africa Cdc ha anche esortato tutte le parti in conflitto a proteggere laboratori e strutture biomediche che custodiscono agenti patogeni pericolosi, evidenziando il rischio di gravi conseguenze in termini di biosicurezza.
Il Sudan è dall’aprile 2023 teatro di una guerra tra l’esercito regolare e le Rsf, un conflitto che ha già causato decine di migliaia di morti e milioni di sfollati, aggravando la crisi umanitaria nel Paese.


