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rabat

    QUADERNI AFRICANI

    La rivolta dei giovani: quando le piazze africane ed europee parlano la stessa lingua

    di claudia 31 Gennaio 2026
    Scritto da claudia

    di Danilo Trippetta – Centro Studi Amistades

    Da Dakar a Belgrado, passando per Rabat e Antananarivo: una generazione si solleva contro corruzione e immobilismo sociale. Similitudini, differenze e limiti di una stagione globale di proteste giovanili.

    Nel corso del 2025, una serie di avvenimenti politici e sociali, solo in apparenza scollegati tra loro, ha contribuito a delineare un anno profondamente segnato da mobilitazioni, tensioni istituzionali e da una crescente frattura con le classi dirigenti. Nelle strade di Belgrado, dopo il crollo di una pensilina che ha ucciso 16 persone, decine di migliaia di studenti serbi hanno paralizzato la capitale per mesi, dai primi presidi studenteschi di fine gennaio alla prima commemorazione di novembre, chiedendo giustizia. A Rabat, giovani marocchini sfidano il tabù monarchico denunciando disuguaglianze e repressione sotto il banner “GenZ 212”.

    Ad Antananarivo, studenti malgasci hanno contribuito a rovesciare un presidente, protestando contro povertà e un sistema al collasso. A migliaia di chilometri di distanza, in Senegal, Gambia, Kenya e Nigeria, altri giovani hanno affrontato lacrimogeni e arresti per denunciare corruzione e leadership invecchiata. Apparentemente distanti, questi movimenti condividono più di quanto sembri: sono l’espressione di una generazione globale che non accetta più le promesse non mantenute.

    Ciò che unisce le proteste da Nairobi a Belgrado, da Casablanca ad Antananarivo, è una profonda disillusione verso élite politiche percepite come distaccate, corrotte e incapaci di garantire un futuro. In Serbia, gli studenti non protestano solo per la tragedia della stazione ferroviaria di Novi Sad avvenuta il 1° novembre 2024, ma contro un sistema che vedono marcio: appalti truccati, negligenza istituzionale, assenza di responsabilità. La loro rabbia risuona con quella dei giovani kenioti scesi in piazza nel 2024 contro nuove tasse considerate insostenibili, o dei senegalesi nel corso dell’ultima campagna per le ultime presidenziali.

    In Marocco, le proteste giovanili hanno radici nel movimento del 20 febbraio del 2011, ma si sono riaccese con forza nel settembre 2025 per denunciare disuguaglianze economiche, corruzione e limitazioni alle libertà civili. Il catalizzatore fece otto morti materne in un ospedale di Agadir il 14 settembre, che divennero il simbolo di un sistema sanitario al collasso. Il Madagascar presenta un caso ancora più drammatico: con oltre il 75% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, le proteste studentesche esplose il 25 settembre 2025 si sono intrecciate con manifestazioni contro carenze di acqua ed elettricità e la gestione disastrosa delle risorse naturali, culminando nel rovesciamento del presidente Rajoelina l’11 ottobre.

    marocco gen z

    La demografia gioca forse un ruolo cruciale: l’Africa subsahariana ha la popolazione più giovane del mondo, con un’età media sotto i 20 anni, mentre nei Balcani occidentali i giovani vedono i propri coetanei emigrare in massa verso l’Occidente. In Marocco, la disoccupazione giovanile raggiunge il 36%, con quasi un laureato su cinque senza lavoro. In Madagascar, il PIL pro capite degli anni 2020 è inferiore del 45% rispetto agli anni ’60. In entrambi i contesti, l’accesso a opportunità economiche rimane un miraggio per la maggioranza.

    I manifesti della rivolta: rivendicazioni che si specchiano

    Si delinea con chiarezza un nucleo condiviso di rivendicazioni che, pur assumendo forme diverse a seconda dei contesti, attraversa continenti e sistemi politici. Gli studenti serbi, organizzati nel movimento “Students in Blockade”, hanno articolato rivendicazioni chiare: pubblicazione integrale della documentazione sugli appalti della stazione ferroviaria, dimissioni dei responsabili, aumento della trasparenza nelle istituzioni pubbliche, fine dell’impunità per i potenti e aumento del 20% dei finanziamenti all’istruzione.

    In Kenya, il movimento Gen Z che ha guidato le proteste contro il Finance Bill ha articolato richieste simili attraverso l’hashtag #RejectFinanceBill2024: rigetto delle nuove tasse su pane, prodotti sanitari e trasferimenti di denaro mobile, lotta alla corruzione sistemica, responsabilità dei funzionari pubblici. Il loro slogan “Ruto Must Go” riflette la stessa sfiducia verso la leadership che si ritrova a Belgrado. Almeno 60 giovani manifestanti hanno perso la vita solo nel giugno 2024, con le forze di sicurezza che hanno usato munizioni vere contro manifestanti disarmati.

    I giovani marocchini del movimento “GenZ 212” hanno organizzato le proteste principalmente attraverso un server Discord che è passato da 3.000 a oltre 250.000 membri in poche settimane. Discord è stato scelto per la sua natura decentralizzata e perché la polizia marocchina era meno familiare con questa piattaforma rispetto a Facebook o Twitter. Le loro richieste includono istruzione pubblica gratuita e di qualità senza discriminazioni, assistenza sanitaria pubblica accessibile, alloggi più economici, riduzione della spesa per infrastrutture sportive come gli stadi per i Mondiali 2030, azione contro la corruzione istituzionale e dimissioni del primo ministro Aziz Akhannouch. Hanno chiaramente espresso: “Il diritto alla salute, all’istruzione e a una vita dignitosa non è uno slogan vuoto ma una richiesta seria.”

    Manifestanti durante le proteste in Kenya
    Foto di LUIS TATO / AFP

    Ad Antananarivo, il movimento “Gen Z Madagascar” è nato su Facebook e ha adottato come simbolo una versione malgascia del logo del manga “One Piece”, sostituendo il cappello di paglia con il tradizionale cappello satroka. Le loro petizioni denunciano carenze croniche di acqua ed elettricità (con blackout che superano spesso le otto ore giornaliere), la condizione di fragilità del sistema educativo, la mancanza di prospettive lavorative, lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di élite locali e straniere senza ricadute sulla popolazione. Come hanno dichiarato gli attivisti: “Non vogliamo il potere, vogliamo la luce”.

    Un tema ricorrente in tutti questi manifesti è il concetto di “dignità”: che si tratti della dignità negata dalla hogra marocchina, dall’umiliazione della povertà malgascia, dalla corruzione sistemica keniota o dall’impunità serba, questi giovani chiedono di essere trattati come cittadini con diritti, non come sudditi. Lo slogan marocchino “Libertà, dignità e giustizia sociale” riprende quello delle proteste passate, dimostrando una continuità storica nelle rivendicazioni.

    Social media: l’arma della mobilitazione senza confini

    L’elemento tecnologico è determinante. Le proteste contemporanee si organizzano su WhatsApp, Twitter, TikTok e Discord, permettendo una coordinazione rapida che bypassa i canali tradizionali controllati dai governi. In Kenya, l’hashtag #RejectFinanceBill2024 è diventato virale su TikTok, catalizzando una mobilitazione imponente principalmente Gen Z.

    In Serbia, gli studenti hanno usato i social per documentare in tempo reale le violenze della polizia, creando una narrazione alternativa a quella dei media mainstream controllati dal governo. In Marocco, dove la monarchia mantiene un controllo significativo sui mezzi di comunicazione tradizionali, i social media sono diventati lo spazio principale di dibattito politico e organizzazione. Come ha spiegato Hakim Sikouk del Moroccan Association for Human Rights in un’intervista ad Al Jazeera a novembre 2025, “Si tratta di un’organizzazione decentralizzata, senza leader e fluida, o diciamo, una rete. Non hanno alcun leader e non sono affiliati ad alcun partito politico o sindacato. Ciò rende difficile per le autorità negoziare o cooptarli perché non sanno chi siano”. In Madagascar, nonostante le limitazioni infrastrutturali, il movimento “Gen Z Madagascar” ha coordinato le proteste utilizzando Facebook e TikTok prima di unirsi con gruppi della società civile più tradizionali, ricorrendo anche all’uso di collegamenti VPN nel momento in cui le autorità hanno tentato di interrompere le comunicazioni.

    Questi giovani attivisti si ispirano reciprocamente: guardano alle tattiche dei movimenti altrui, studiano i loro successi e fallimenti. Le proteste pacifiche ma determinate, l’uso dell’ironia e della cultura popolare (come il simbolo di One Piece adottato in Madagascar, Nepal e altrove), il rifiuto di leadership centralizzate sono tratti comuni che emergono da Kampala a Sofia, da Rabat a Toamasina.

    Le differenze che contano

    Nonostante le similarità, i contesti restano profondamente diversi. In Africa, molti paesi affrontano sfide di governance post-coloniale, con istituzioni fragili e spesso autoritarie. In Marocco, la monarchia mantiene un potere costituzionale che limita lo spazio di manovra democratica, rendendo certe critiche potenzialmente pericolose; secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Marocco ha meno di otto medici ogni 10.000 persone, ben al di sotto dei 25 raccomandati. In Madagascar, la povertà estrema e le crisi alimentari aggiungono un’urgenza esistenziale alle proteste che va oltre le questioni di governance; secondo la Banca Mondiale, solo un terzo dei 30 milioni di abitanti ha accesso all’elettricità.

    Le proteste si scontrano frequentemente con repressioni violenti: in Kenya, almeno 60 giovani manifestanti hanno perso la vita solo nel giugno 2024. In Marocco, le forze dell’ordine hanno arrestato quasi 200 persone nei primi giorni, con almeno tre morti e oltre 400 arresti complessivi secondo Amnesty International. In Madagascar, almeno 22 persone sono state uccise secondo le Nazioni Unite durante le proteste, con testimoni che riportano l’uso di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e persino armi da fuoco.

    Nei Balcani, il contesto è quello di democrazie illiberali in paesi candidati all’Unione Europea, dove formalmente esistono libertà civili ma la cattura dello stato da parte di élite politico-economiche mina la democrazia dall’interno. La Serbia di Aleksandar Vučić mantiene una facciata democratica mentre controlla media e magistratura. Come ha documentato un’università italiana, più di cento professori universitari e delle scuole superiori sono stati licenziati mentre le autorità reprimevano il loro sostegno agli studenti.

    Bassirou Diomaye Faye
    Bassirou Diomaye Faye

    Quale futuro per questa generazione?

    La grande domanda è se questi movimenti possano tradursi in cambiamento sistemico. In alcuni casi le proteste hanno prodotto cambiamenti: in Senegal hanno favorito l’elezione di Bassirou Diomaye Faye; in Madagascar hanno rovesciato il presidente, pur lasciando il paese sotto controllo militare. In Kenya il Finance Bill è stato ritirato, ma le proteste sono proseguite.

    In Marocco, il sistema monarchico ha assorbito il dissenso annunciando riforme sociali, mentre in Serbia gli studenti hanno ottenuto un aumento dei fondi per l’istruzione, senza però scalfire il potere di Vučić. Il 15 marzo 2025 oltre 300.000 persone hanno riempito Belgrado nella più grande manifestazione della storia serba.

    Una generazione cresciuta in un mondo interconnesso non accetta più le vecchie regole del gioco. Da Kinshasa a Podgorica, i giovani chiedono trasparenza, meritocrazia e opportunità reali, e sono disposti a rischiare per ottenerle. “Questo non riguarda la politica. Riguarda la sopravvivenza”, ha detto un manifestante malgascio.

    La globalizzazione della protesta giovanile è una forza geopolitica sottovalutata. Come osserva Velomahanina Razakamaharavo (Università di Reading), i successi dei giovani malgasci possono ispirare altri movimenti. Ignorare questa ondata è rischioso: la domanda non è se continuerà, ma quanto trasformerà il panorama politico globale. Il 1° novembre 2025, a Novi Sad, decine di migliaia di persone hanno osservato 16 minuti di silenzio per le 16 vittime del crollo, segno che la memoria e la determinazione di questa generazione restano vive.

    Foto apertura: Louis Tato

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