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adua

    Adwa Victory Memorial
    FOCUSStoria

    I 130 anni di Adua: la battaglia delle memorie mutevoli

    di Tommaso Meo 2 Marzo 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Tommaso Meo

    Dalla vittoria del 1896 contro l’esercito italiano alle riletture contemporanee, Adua resta un pilastro dell’identità etiope e un simbolo anticoloniale dal significato variabile, oggi al centro di nuove narrazioni ufficiali

    Ad Addis Abeba, nel quartiere centrale di Piassa, sorge un imponente complesso storico e museale che si sviluppa su undici blocchi e cinque piani. All’ingresso si trovano statue di figure chiave come l’imperatore Menelik II e l’imperatrice Taytu Betul, oltre a quelle di diversi generali. E poi armi, scudi, documenti originali, opere d’arte. È l’Adwa Victory Memorial, un sito dedicato alla Battaglia di Adua, quando il 2 marzo 1896 (1° marzo secondo il nostro calendario) l’esercito etiope del Negus Menelik sconfisse le truppe italiane guidate dal generale Oreste Baratieri e mantenne l’indipendenza nazionale, un evento simbolo di resistenza anticoloniale per l’Etiopia e l’intero continente africano. Insieme alla sezione storica, il memoriale ospita aree dedicate al panafricanismo, sale conferenze, un anfiteatro e strutture per eventi internazionali.

    Voluto dal primo ministro Abiy Ahmed e costruito nel cuore della capitale etiope nel 2024, il memoriale è pensato «per preservare e tramandare alle generazioni future l’eredità di eroismo, unità e patriottismo dimostrata ad Adua», secondo quanto scritto dall’agenzia di stampa statale Ena in vista delle celebrazioni dei 130 anni dalla battaglia. Il monumento, visitato da 350.000 visitatori negli ultimi sei mesi, «racconta la nostra storia comune, consolida le nostre speranze per il futuro e costituisce il fondamento della nostra narrazione collettiva», ha aggiunto Yoseph Beka, direttore del memoriale, spiegando in modo cristallino la funzione politica che ha oggi il sito in un momento di non poche tensioni interne e regionali.

    Storia condivisa, unità dello Stato, patriottismo. Sono questi i messaggi che il ricordo di Adua dovrebbe trasmettere oggi agli etiopi secondo il governo centrale, ma la memoria della battaglia è più sfaccettata e mutevole, così come il suo utilizzo, racconta ad Africa Rivista lo storico e accademico italo-eritreo Uoldelul Chelati Dirar. A seconda di contesti differenti, infatti, Adua «assume significati diversi, ma è sempre una rilettura di comodo della vittoria per giustificare il presente». E per certi versi è anche comprensibile dato il prestigio dell’impresa, quasi l’unico caso di un esercito non europeo che sconfigge il conquistatore occidentale in epoca coloniale.

    A questo proposito Dirar ricorda che al centenario di Adua, nel 1996, in Etiopia era al potere un governo a trazione tigrina, dopo che la regione del Tigray aveva giocato un ruolo rilevante nella storia recente del Paese. «In quel momento Adua non era raccontata come una vittoria etiopica ma specificamente tigrina», ribaltando in questo modo la logica che fino a quel momento aveva conferito particolare importanza al nucleo amhara dell’aristocrazia legata a Menelik.

    Ancora oggi è ben presente nella politica etiope l’uso della battaglia di Adua come elemento fondativo dell’identità nazionale, ma il significato di questa identità cambia a seconda dei rapporti di potere e della dialettica politica interna. Abiy, al potere dal 2018, ha perseguito sistematicamente un processo di ridimensionamento della trazione del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Tplf) nel sistema politico etiopico e quindi «la sua celebrazione ovviamente non può essere letta in quel senso, ma è più nel senso di un nuovo ideale di panetiopismo», che dà priorità al modello di Stato centralizzato in opposizione al modello più federale introdotto a partire dal 1993.

    Il dato politico del successo di Adua è però almeno duplice, spiega ancora Dirar, «perché da un lato blocca l’avanzata militare italiana, ma allo stesso tempo impone un controllo anche sulle minacce centrifughe del nord del Tigray». E questo permette a Menelik di continuare «una precedente politica di espansione verso sud» con l’incorporazione di tutta la zona popolata dall’etnia oromo e oltre. I sistemi politici esistenti da quel momento in poi vengono di fatto assoggettati all’impero etiope. «Dalla prospettiva oromo non è quindi che ci sia molto da celebrare in senso nazionalista», aggiunge l’accademico. «Adua è più l’espressione della vittoria del gruppo di potere amhara che poi conseguentemente ha continuato politiche di occupazione e di oppressione rispetto a queste popolazioni». 

    Di nuovo, le memorie sono necessariamente molteplici «perché sono molteplici le prospettive e le esperienze che questi gruppi hanno avuto nella storia». A volte, però, conferma Dirar, questo tipo di celebrazioni sono funzionali anche alla politica estera, in particolare nei momenti di forte tensione fra il governo centrale etiopico e l’Eritrea. Molti eritrei, infatti, ad Adua parteciparono come truppe di ascari, dalla parte degli italiani sconfitti. Per questo nel Paese l’avvenimento non si ricorda volentieri. «Poi, paradossalmente, la vittoria anticoloniale dell’Etiopia ha rafforzato la condizione coloniale dell’Eritrea» formalizzando confini che erano in divenire.

    E in Italia? I fatti di Adua sono tuttora poco conosciuti e raccontati, parte di quel grande rimosso coloniale che fatica ancora a superare la storiella autoassolutoria degli «Italiani brava gente», per dirla con Del Boca. «Se ne parlava molto di più prima della caduta del fascismo», sostiene lo storico. «Nel senso che il fascismo cita Adua continuamente proprio per giustificare la futura invasione: Mussolini parlava di conti da saldare con chi si era permesso di umiliarci».

    Facendo a questo punto un balzo in avanti, Dirar sostiene che nella narrazione nazionalista etiope la vittoria di Adua e la cacciata definitiva degli italiani sono quasi sovrapposte, anche se nel frattempo è cambiato il mondo: «Una lettura squisitamente politica che serve a dare un’idea di continuità tra il 1896 al 1941» e a esprimere «un forte sentimento nazionale e nazionalista che ha ripetutamente sconfitto le minacce coloniali imperiali che ha ricevuto. Dimenticando, va detto, come la resistenza non sia stata una resistenza di massa e componenti importanti della società e delle élite etiopi abbiano preferito allinearsi con gli italiani per diverse ragioni».

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