di Valentina Giulia Milani
Dopo la caduta di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, emergono testimonianze e video che accusano il comandante Rsf al-Fateh Abdullah Idris, detto “Abu Lulu”, di esecuzioni sommarie e massacri di civili. Le Nazioni Unite parlano di una situazione “catastrofica”. Intanto Washington tenta di mediare una tregua umanitaria di tre mesi tra esercito sudanese e milizie Rsf.
Mentre le Forze di supporto rapido (Rsf) consolidano il controllo su El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, emergono in Sudan nuovi dettagli sulle atrocità commesse dopo la caduta della città, avvenuta il 27 ottobre. Al centro delle accuse figura il brigadiere generale al-Fateh Abdullah Idris, noto come “Abu Lulu”, ritenuto responsabile di esecuzioni sommarie e violenze contro i civili.
Secondo quanto riportato da Apa News e confermato da numerose testimonianze e video diffusi sui social media, Abu Lulu sarebbe stato filmato mentre fucilava a bruciapelo gruppi di prigionieri disarmati, ignorando le suppliche dei suoi stessi uomini. L’ufficiale, tra i comandanti più noti delle Rsf, avrebbe diretto l’assedio di El Fasher, ultimo bastione dell’esercito sudanese nel Darfur, travolto dopo 18 mesi di combattimenti.
Le immagini di Abu Lulu in uniforme, con i simboli delle Rsf ben visibili, hanno alimentato accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Sebbene la leadership paramilitare abbia dichiarato di averlo arrestato e di volerlo processare, fonti locali e organizzazioni umanitarie restano scettiche sulla veridicità di tali affermazioni.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e la Sudan Doctors Union, le violenze seguite alla caduta di El Fasher hanno causato centinaia di morti nei centri sanitari della città. L’Oms ha denunciato l’uccisione di oltre 460 tra medici, pazienti e accompagnatori all’interno dell’ospedale di maternità saudita, accusando i miliziani Rsf di rapimenti e richieste di riscatto. Altre 1.200 persone sarebbero state uccise in diverse strutture sanitarie del Darfur settentrionale.

Testimoni locali e analisti sostengono che le violenze sarebbero motivate anche da ragioni etniche e da rivalità tribali. Alcuni civili sarebbero stati giustiziati per la sola appartenenza a gruppi ritenuti ostili alle Rsf, altri bruciati vivi o mutilati. Abu Lulu, secondo fonti anonime citate da Apa News, vanterebbe legami familiari con il leader delle Rsf, Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti.
Le organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, hanno definito la situazione a El Fasher “catastrofica”, denunciando un’escalation di crimini che richiede un’indagine urgente da parte della Corte penale internazionale.
Verso una tregua umanitaria?
Il consigliere per gli affari africani e arabi del presidente statunitense Donald Trump, Massad Boulos, ha dichiarato che l’esercito sudanese non si opporrebbe in linea di principio all’iniziativa per una tregua umanitaria di tre mesi. Lo ha detto in un’intervista concessa al quotidiano online Sudan Tribune e pubblicata ieri, in cui ha illustrato lo stato dei contatti diplomatici tra Washington, le Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido (Rsf).
Boulos ha precisato che entrambe le parti avrebbero accolto con favore la proposta, mentre gli Stati Uniti stanno ora concentrando gli sforzi sulla definizione dei dettagli tecnici dell’accordo. “Entrambe le parti hanno concordato in linea di principio, e non abbiamo registrato obiezioni iniziali da nessuna delle due. Ora ci stiamo concentrando sui dettagli”, ha affermato il consigliere americano.

Secondo Boulos, il raggiungimento di un’intesa richiede tempo a causa delle “complesse questioni tecniche, di sicurezza e logistiche”, che comprendono i meccanismi di monitoraggio, verifica e attuazione. L’obiettivo, ha spiegato, è giungere a un quadro completo che prepari il terreno per la fase successiva alla tregua, prevista dal piano del Quad — formato da Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau) — annunciato il 12 settembre a Washington.
Il Quad aveva proposto una tregua umanitaria di tre mesi per consentire la consegna di aiuti d’emergenza in tutto il Paese, seguita da una fase di transizione di nove mesi finalizzata alla formazione di un governo civile indipendente. Boulos ha chiarito che non vi sono negoziati diretti o indiretti tra le parti, ma un canale di comunicazione separato condotto dagli Stati Uniti, che avrebbero presentato ai due schieramenti una “working paper” basata sul consenso raggiunto all’interno del Quad.
Il consigliere ha descritto la situazione umanitaria in Sudan come “molto urgente”, sottolineando che quanto accaduto a El Fasher è “doloroso e condannato nei termini più forti”, in un contesto in cui circa 25 milioni di persone necessitano di assistenza. Boulos ha aggiunto che l’azione umanitaria “non deve essere legata a considerazioni politiche o militari”, precisando che Washington sta coordinando gli sforzi con l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), il Programma alimentare mondiale (Wfp) e la Croce Rossa.
Riguardo a El Fasher, Boulos ha spiegato che durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite era stato istituito un meccanismo di coordinamento tra Ocha, Rsf e Stati Uniti, che aveva consentito di consegnare aiuti alle aree circostanti la città prima che la situazione di sicurezza ne impedisse il funzionamento.
Il consigliere ha inoltre messo in guardia dal rischio di un “nuovo scenario libico” in Sudan, dopo la caduta di El Fasher e l’avanzata delle Rsf nel Kordofan, ribadendo il rifiuto statunitense di qualsiasi “governo parallelo”, considerato un ostacolo all’unità del Paese.
Infine, rispondendo a una domanda del Sudan Tribune sulle richieste di classificare le Rsf come gruppo terroristico, Boulos ha dichiarato che “questa fase non richiede etichette”, sottolineando che gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni a individui appartenenti a entrambe le parti del conflitto, “l’ultima delle quali lo scorso agosto”.
“La nostra priorità assoluta — ha concluso — è affrontare immediatamente la crisi umanitaria, costruire una pace duratura e preservare l’unità del Sudan”.



