Pani câ meusa

di Dante Farricella
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Pani câ meusa, figurine, petrate. È in questa Palermo del quartiere Malaspina Palagonia che si forma Davide Enia. Lui, ragazzo di famiglia borghese di Palermo, cresce, giocando a pallone nelle strade “tra viale Regione e Viale Lazio… non c’era niente…” , vivendo il sacco di Palermo degli anni 80.

Cresce in una casa piena di libri e di fumetti, Peanuts, Topolino e Corto Maltese, Watchmen . Impara a leggere e scrivere a cinque anni,  prima di andare a scuola, non perché “fossi un bambino particolarmente intelligente, ma perché volevo togliermi di torno nonna Provvidenza, maestra elementare, che voleva che mi avvantaggiassi sugli altri!”.

Davidù cresce con gli occhi e gli orecchi aperti, fa teatro, attore, drammaturgo, scrive libri, si trasferisce a Roma, e poi lui, isolano, che si sente a suo agio solo se circondato dalle acque,  viene attratto da Lampedusa e, sempre con gli occhi aperti, anche se velati di lacrime, scopre le realtà di accoglienza e rispetto di un mondo che troppo spesso viene narrato banalizzandolo o riducendolo ad una conta di morti.

Quando arriva, c’è lo sbarco. Paola la sua ospite lampedusana , porta Davide al molo Favaloro. I bambini accolti dai volontari con un piccolo dinosauro di pezza di colore viola, le ragazze stremate che svenivano appena toccato terra, erano più di duecento tra i dodici e i venti anni…  più di cinquecento persone in tutto. Paola e gli altri volontari sorridevano a tutti quelli che arrivavano. Di fronte allo stupore di Davide gli dice : ”Ma ti pare che dopo tutto quello che hanno passato non le accogliamo almeno con un sorriso? Amunì, va’ pigghia ‘u thermos e versaci ‘u thè alle ragazze”.

E scopre la forza del  piangere di fronte all’insensatezza del dramma che si consuma in mare, piangere di fronte alla forza che tanti uomini portano con sé. Piangere come piangeva il sommozzatore, un uomo enorme… muto… ,  che sembrava inscalfibile, uomo di destra, forse anche fascista, ma che ha rispetto dell’uomo e nel pianto che gli vela la vista dice “Qui salviamo vite… Non ci sono colori, etnie, religioni. È la legge del mare”. Ma la legge del mare ha anche le sue regole, la sua aritmetica: “Tre vite sono più di due…”  e lasci la giovane madre col bambino al loro destino, per salvare i tre che hai di fianco a te.

Piangere e con le lacrime lavare le parole fino a renderle un racconto asciutto.

Quindi la storia personale di Davide, dei naufragi della sua famiglia; di suo padre “muto” come tutti i padri, di zio Beppe, con la sua malattia e la sua morte. Rapporti tra uomini e con l’umanità. Rapporto però in primis con il proprio abisso, con quello specchio che riflette la qualità del tuo modo di agire; con quella decisione che prendi vedendo una persona che annega davanti a te: “Ti butti o stai a guardare?”.
Non c’è cultura, studio, stato sociale… la scelta è dentro ciascuno di noi: “Ti butti o stai a guardare?”.

E Davidù compie il miracolo di trasformare questi mutismi  in azione teatrale, in gesto, in cunto. Lui che viene dalla terra dove a megghiu parola è chidda ca nun si rici, la trasforma in commozione.

E da questa unione della storia personale di Davide con le storie di accoglienza di Lampedusa, nasce prima il libro “Appunti per un naufragio” e poi “l’Abisso” dove, accompagnato dal musicista Giulio Barocchieri, Davide si fa cantastorie, portandoci a Lampedusa, terra d’unione tra l’Europa e l’Africa, e terra d’accoglienza per un’umanità povera e sfruttata che fugge dai tanti sud del mondo. Terra di approdi di chi attraverso i naufragi sfugge agli abissi.  Perché Lampedusa è unnegghiè (dovunque).

“L’abisso” di Davide Enia ha debuttato a Roma lo scorso 9 ottobre al teatro India. Dal 16 Novembre al Teatro Biondo di Palermo e poi in tournée in Italia.
Per luoghi e date: www.davideenia.org

(Dante Farricella)

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