Lo sguardo diagonale dell’antropologo

di claudia

a cura di Marco Trovato

In questa intervista, Aime ci presenta il suo ultimo libro. Di pietre, di sabbia, di erba, di carta è un racconto di viaggio e pensiero che invita a riconsiderare il senso del partire e il modo di ascoltare. Dal Sahara alle Alpi, riflette sul ruolo dello sguardo, il valore dell’incontro e la necessità di umiltà e di empatia nell’andare alla scoperta dell’altro.

Che cosa ci racconta il mondo quando lo si attraversa con occhi attenti e mente aperta e curiosa? Marco Aime, antropologo, viaggiatore e narratore, storica colonna della rivista Africaper la quale cura la rubrica “Antropolis”, prova a rispondere a questa domanda in Di pietre, di sabbia, di erba e di carta, (Bollati Boringhieri, 2025, pp. 155, euro 18,00). È un’opera che intreccia l’osservazione etnografica con la riflessione personale, dove l’autore esplora i luoghi e le culture che hanno lasciato in lui un’impronta duratura. Con passo lieve, ma con acutezza, Aime ci accompagna dai deserti del Sahara alle steppe dell’Asia centrale, dai villaggi africani alle valli alpine, in un viaggio che è innanzitutto un invito a ripensare il senso stesso del partire, dell’incontrare, dell’ascoltare.

Professor Aime, quale ruolo può avere l’antropologia oggi in una società sempre più globalizzata e interconnessa, dove le distanze culturali sembrano ridursi ma, paradossalmente, le incomprensioni aumentano?

Negli ultimi decenni l’antropologia ha decisamente cambiato il suo focus. Se all’inizio lo scopo era quello di studiare le cosiddette “altre culture”, oggi si lavora più che altro sui processi: sui cambiamenti, sulle trasformazioni, sull’ibridazione culturale, su come le società metabolizzano ciò che arriva da fuori – che siano oggetti, idee, persone. L’antropologia contemporanea si interessa ai movimenti, alle intersezioni, piuttosto che a entità statiche. Studia il modo in cui ogni cultura ingloba e rielabora ciò che incontra. E questo è particolarmente urgente in un mondo dove la vicinanza fisica non sempre si traduce in comprensione reciproca.

Lei scrive che la parola “antropologia” – letteralmente “studio dell’uomo” – è un termine impegnativo, forse perfino presuntuoso. Perché?

Perché “studiare l’uomo” è qualcosa che fanno molte discipline: la storia, la filosofia, la medicina, la psicologia… L’antropologia, in particolare, si concentra su come gli esseri umani costruiscono relazioni: tra loro, con l’ambiente, con il tempo. Studia ciò che sta “in mezzo”, il tessuto delle connessioni, il modo in cui si crea e si trasforma la vita sociale. Non l’individuo in sé, ma l’individuo come parte di una collettività. È una disciplina che ci mostra la molteplicità dei modi in cui si può vivere il mondo, e ci aiuta – o dovrebbe aiutarci – a non pensare che il nostro sia l’unico valido.

Lei ha spesso cercato di contrastare stereotipi e semplificazioni. In che modo l’antropologia può aiutarci a decostruire le immagini distorte dell’altro? E come può essa stessa evitare di cadere nei cliché?

Tutto parte dallo sguardo. È lì che si gioca la partita. Troppo spesso costruiamo l’altro secondo il nostro punto di vista, lo modelliamo in base alle nostre aspettative, ai nostri timori, o peggio, alle nostre convenienze. L’antropologia, se fatta bene, ci aiuta a sospendere il giudizio, a spostare lo sguardo, a guardare da un’angolazione diversa, con quello che io chiamo uno “sguardo diagonale”. Questo non significa adottare l’altro punto di vista, ma provare a comprenderlo, a coglierne le ragioni. È un esercizio di empatia e di relativismo che ci ricorda che la realtà non è unica e oggettiva, ma plurale e situata. Ogni cultura costruisce il mondo a suo modo, e tutte meritano di essere ascoltate con pari dignità.

Nel suo libro attraversa deserti, steppe, villaggi, valli alpine. L’Africa vi occupa comunque un posto particolare. Che cosa ha significato per lei l’incontro con questo continente, dal punto di vista umano e intellettuale?

È stato, prima di tutto, un incontro umano. Il mio primo viaggio in Africa risale al 1984, in Mali. All’epoca non mi occupavo ancora di antropologia. Quello che mi colpì fu la durezza della vita nel Sahel, in quegli anni duramente segnati dalla siccità. È stato un impatto forte, che ha immediatamente dissolto ogni residuo di esotismo o romanticismo che potessi avere. E da lì è nato il desiderio di comprendere meglio quella realtà o, meglio, una piccola parte di essa, perché l’Africa è immensa, e già conoscerne una porzione è una conquista. Quell’esperienza mi ha aperto gli occhi, ha rimodellato il mio immaginario e ha dato inizio a un rapporto di lunga durata fatto di viaggi, ricerche, incontri e ascolto.

Quei luoghi e quegli incontri hanno lasciato un segno anche su di lei, sul suo modo di essere?

Assolutamente sì. Chi viaggia per l’Africa si rende subito conto della forza vitale delle persone, della loro energia, della capacità di resistere a condizioni spesso durissime. Ma ho imparato anche un’altra cosa fondamentale: il valore della relazione. In Africa la dimensione relazionale è centrale, spesso più importante dell’utile o del profitto. E poi c’è un diverso rapporto con il tempo, con lo spazio, con l’attesa. Tornare da un viaggio in Africa significa anche guardare alla propria realtà con uno sguardo diverso, relativizzare i problemi, ridimensionare le urgenze. È come uno specchio che ci costringe a interrogarci.

Dunque l’Africa l’ha aiutata a capire meglio anche il nostro mondo, il nostro tempo?

Sì, in modo profondo. Guardare il mondo “dall’altra parte”, anche solo per un momento, è un esercizio salutare. Ti costringe a decentrarti, a metterti in discussione. Non è un’identificazione, ovviamente, ma un modo per spostare il punto di vista. E questo può essere, come dicevo, una forma di esame di coscienza.

Fare ricerca sul campo implica anche farsi accettare dalle comunità, spiegare la propria presenza. Quali difficoltà ha incontrato nel far comprendere il ruolo dell’antropologo, che non è un turista né un cooperante?

In effetti non è semplice spiegare cosa fa un antropologo, né qui né altrove. Ricordo una lunga ricerca nel nord del Benin, dove cercavo di descrivere la vita di un piccolo gruppo chiamato Taneka. All’inizio dicevo che dovevo scrivere un libro su di loro, ed era un modo comprensibile per spiegarmi. Ma dopo qualche tempo un uomo mi chiese: «Non sei un turista, perché non fai foto. Non sei un cooperante, perché non fai nulla di utile. Allora chi sei?». È vero, spesso sfuggiamo alle categorie tradizionali. Ma alla fine, con il tempo, si crea fiducia. Anche le gaffe iniziali diventano occasione di ironia e condivisione. L’accoglienza, per fortuna, è sempre stata generosa.

Lei ha spesso criticato una narrazione occidentale dell’Africa paternalistica e pietistica. Che cosa rivela, secondo lei, questo modo di raccontarla?

Rivela un senso di superiorità che non abbiamo mai del tutto abbandonato. Nel nostro immaginario, l’Africa è ancora spesso infantilizzata: è un continente da educare, da aiutare, da “far crescere”. Oppure viene ricordata solo in occasione di catastrofi: guerre, carestie, epidemie. Questo sguardo non fa giustizia alla complessità delle società africane, che sono dinamiche, creative, capaci di produrre innovazione, cultura, visioni. Spesso le difficoltà che oggi affrontano sono anche il frutto di relazioni squilibrate con l’Occidente, di logiche economiche che abbiamo contribuito a imporre. Parlare di sottosviluppo senza guardare alle cause storiche di quel sottosviluppo è ipocrisia.

Eppure l’Africa è anche un continente in movimento, che sfugge alle nostre categorie interpretative. Come spiega questa sua irriducibilità agli schemi occidentali?

Perché è un continente vitale, dove le tradizioni e le innovazioni convivono e si intrecciano. Gli africani hanno una straordinaria capacità di integrare ciò che arriva da fuori, di reinterpretarlo, di trasformarlo in qualcosa di proprio. È un processo di continua ibridazione culturale, che genera originalità e dinamismo. Ma noi ne parliamo poco. Le cronache africane, con poche eccezioni – penso ad Africa, questa rivista, o a Nigrizia – si concentrano sulle emergenze. Non raccontano, per esempio, delle startup, dei movimenti giovanili, della creatività urbana. Eppure l’Africa ha una delle popolazioni più giovani del mondo: oltre il 50% ha meno di 18 anni. È una forza che può cambiare il futuro, se gliene viene data la possibilità.

Infine, che cosa significa davvero “viaggiare”, per un antropologo? È ancora possibile oggi un incontro autentico, non filtrato da pregiudizi o aspettative, soprattutto in contesti come quelli africani?

Sì, è ancora possibile, se ci si mette in cammino con rispetto, ascolto e una buona dose di silenzio. Viaggiare significa, per un antropologo, soprattutto stare, osservare, ascoltare, sospendere i propri giudizi. Non si tratta di cercare l’esotico, ma di lasciarsi interrogare dall’ordinario degli altri. Il viaggio, in fondo, è un’occasione per conoscere meglio noi stessi attraverso l’incontro con la differenza. Non sempre è facile, ma è ciò che dà senso al partire. E anche al tornare.

Per viaggiare davvero, dobbiamo prima di tutto imparare a osservare e ad ascoltare?

Esattamente. Mi viene in mente una frase folgorante del grande giornalista Richard Kapuściński — uno di quei pensieri che avresti voluto scrivere tu, ma che lui ha già espresso in modo perfetto. Diceva: «Il mondo ci insegna a essere umili». Ecco, questo è forse il consiglio più importante che si possa dare a chi viaggia: coltivare sempre l’umiltà. C’è un proverbio africano che recita: “Prima di entrare in un villaggio, osserva come danzano”. Vale a dire: prima di varcare la soglia della casa altrui – che sia un Paese, una cultura, una comunità – fermiamoci a guardare, ad ascoltare, a capire. Adeguiamoci con rispetto, entriamo in punta di piedi, con passo leggero. Solo così possiamo davvero imparare qualcosa e costruire relazioni autentiche.

Foto di apertura: Laura Pietra

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