Gli “aiuti” sanitari Usa e la risorsa preziosa dei dati

di claudia

di Andrea Spinelli Barrile

Gli accordi sanitari firmati tra i Paesi africani e gli Usa sono la nuova “golden era” americana in Africa e vanno a toccare una delle ultime, preziose, risorse del continente: i dati.

Il mese di dicembre 2025 verrà ricordato come quello in cui è cambiato per sempre il paradigma delle relazioni tra Stati Uniti ed Africa. Tutto è partito all’inizio dell’anno, quando Donald Trump in persona ha annunciato la fine di Usaid, sotto la scure del Doge di Elon Musk, e degli aiuti allo sviluppo americani, oltre a un’inasprimento delle politiche sui dazi, con l’aumento (spesso macroscopico) delle tariffe di ingresso negli Usa.

Sono poi arrivati nuovi divieti di viaggio, la revoca di diversi ambasciatori, revisioni sui requisiti di accesso ai visti americani ed altre politiche estremamente restrittive nelle relazioni tra persone, ma sembrano andarsi risolvendo le controversie relative alla circolazione delle merci. In questo dicembre, dopo aver firmato accordi sanitari con Kenya, Ruanda, Uganda e Nigeria, gli Stati Uniti hanno firmato quattro altri memorandum d’intesa in ambito sanitario con Madagascar, Sierra Leone, Botswana ed Etiopia, per un totale di circa 2,3 miliardi di dollari in cinque anni. Washington, con questi nuovi Paesi, contribuirà con quasi 1,4 miliardi di dollari, mentre i partner africani si sono impegnati a mobilitare oltre 900 milioni di dollari in risorse interne.

Questi accordi sanitari sono la nuova “golden era” americana in Africa e vanno a toccare una delle ultime, preziose, risorse del continente: i dati. Gli accordi sanitari ampliano un meccanismo avviato all’inizio di dicembre firmati con Kenya, Uganda e Ruanda, che confermano l’accelerazione di un nuovo formato per l’assistenza sanitaria bilaterale degli Stati Uniti in Africa: dati in cambio di fondi. Il piano si basa su un quadro comune: stabilisce obiettivi, tempi di attuazione e meccanismi di monitoraggio con conseguenze esplicite in caso di mancato rispetto degli impegni.

Il Dipartimento di stato americano sottolinea l’importanza di un approccio orientato ai risultati, volto a garantire che gli aiuti statunitensi producano effetti misurabili, riducendo al contempo la dipendenza strutturale dei Paesi beneficiari. Tuttavia, la questione sta provocando non poche polemiche interne ai Paesi beneficiari, a partire dal Kenya: la Federazione dei consumatori del Kenya (Cofek) ha presentato un ricorso presso l’Alta corte di Nairobi, sostenendo che “l’accordo viola la Costituzione e la legge sulla salute e minaccia la riservatezza dei dati medici dei keniani”, una denuncia avanzata prima ancora che l’intesa fosse firmata, dall’attivista Nelson Amenya, che citava documenti preparatori. Secondo Amenya, l’accordo sanitario sarebbe durato 25 anni (cosa poi smentita) e avrebbe garantito agli Stati Uniti l’accesso ai dati contenuti nelle cartelle cliniche dei keniani, previsione effettivamente inclusa nell’accordo. L’intesa, inoltre, concederebbe agli Usa il diritto di condurre controlli casuali sul 5% delle strutture sanitarie del Kenya, a propria discrezione.

L’Alta corte keniana ha congelato l’accordo in virtù del fatto che ogni cartella clinica, ogni test Hiv, ogni diagnosi di tubercolosi o caso di malaria diventerebbe accessibile ai funzionari statunitensi, senza alcuna anonimizzazione, alcun consenso da parte del paziente e senza restrizioni sui dati disponibili. Secondo i querelanti, “una volta che i dati sanitari ed epidemiologici del Kenya vengono trasferiti all’estero, il danno diventa irreversibile e permanente” e in questo modo “si espongono i cittadini a violazioni della privacy a lungo termine e al potenziale uso improprio delle loro informazioni. La natura irreversibile di questo danno sottolinea l’urgenza della questione”. Il presidente keniano William Ruto, da parte sua, ha assicurato ai cittadini che, prima di firmare l’accordo con gli Stati Uniti, il procuratore generale del Kenya, Dorcas Oduor, ha risolto tutte le questioni legali relative alla protezione dei dati e garantito che il documento non contenesse scappatoie.

laboratorio ricerca

Gli accordi sanitari firmati tra i Paesi africani e gli Usa sono tutti sulla falsariga di quello keniano. In pratica, il piano americano prevede una relativa riduzione dell’impegno finanziario, un rafforzamento dei requisiti di cofinanziamento nazionale e una rifocalizzazione sugli accordi tra governi, a scapito dei meccanismi multilaterali e del ruolo tradizionale delle organizzazioni non governative: Washington parte dalla constatazione che, nonostante oltre 175 miliardi di dollari investiti in aiuti sanitari internazionali dal 2001, una parte significativa dei finanziamenti abbia sostenuto sistemi paralleli ritenuti insufficientemente sostenibili.

Questo pacchetto di nuovi finanziamenti americani, tuttavia, arriva in un momento cruciale per i Paesi firmatari. Che difficilmente possono rifiutare offerte del genere: il Madagascar, ad esempio, che ha recentemente apportato tagli al bilancio del settore sanitario, ha bisogno di fondi. La legge finanziaria adottata il mese scorso ha destinato solo il 5,4% del bilancio alla sanità nel 2026, in forte calo rispetto al 6,5% su base annua, ben al di sotto del 15% raccomandato dalla Dichiarazione di Abuja. Con l’ingresso di Madagascar, Sierra Leone, Botswana ed Etiopia, l’Africa si sta affermando come principale banco di prova di questo modello, che potrebbe essere esteso ad altri Paesi a costo di impegni finanziari e istituzionali ancora più vincolanti.

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