In Africa è allarme cibo: fertilizzanti e carburanti sempre più costosi

di Tommaso Meo

L’onda d’urto del conflitto in Medio Oriente sta già raggiungendo le campagne e i mercati africani, trasformando una crisi geopolitica distante in una minaccia diretta alla sopravvivenza quotidiana. Secondo un documento strategico presentato dai vertici di Unione Africana, Banca africana di sviluppo (Afdb), Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) e Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (Uneca), se le ostilità dovessero superare i sei mesi il continente rischierebbe di perdere lo 0,2% della crescita del Pil nel 2026.

L’analisi non evidenzia soltanto le proiezioni macroeconomiche a medio termine, ma un impatto che colpisce il cuore della sicurezza alimentare in Africa: il blocco delle forniture di gas dal Golfo sta infatti frenando la produzione di fertilizzanti essenziali come ammoniaca e urea proprio durante la cruciale stagione della semina di marzo-maggio. Con il prezzo del petrolio balzato oltre il 50% a fine marzo e il contestuale indebolimento di ben 29 valute nazionali nel continente africano, il costo della vita è diventato insostenibile per milioni di famiglie, rendendo proibitivo l’acquisto di cibo, carburante e sementi.

Il presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssouf, ha avvertito che questa instabilità aggrava pressioni economiche già acute, rendendo urgente una risposta che metta al riparo le economie africane dalla dipendenza dai mercati esteri. Il documento sottolinea come questa crisi debba diventare un punto di svolta per accelerare l’autonomia finanziaria e la sovranità alimentare del continente, unica via per resistere a shock globali sempre più frequenti e imprevedibili.

Nel medio periodo, infatti, la soluzione indicata risiede nel rafforzamento degli scambi intra-africani attraverso l’area di libero scambio Afcfta, che permetterebbe di diversificare le rotte commerciali e ridurre l’esposizione ai blocchi logistici del Mar Rosso. La crisi mediorientale diventa così un banco di prova per l’autonomia politica dell’Unione Africana, chiamata a coordinare una risposta che non si limiti alla gestione dell’emergenza ma ponga le basi per una sicurezza energetica e alimentare di lungo periodo, finanziata attraverso la mobilitazione delle risorse interne e una minore dipendenza dai donatori esterni.

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