L’incantesimo di Príncipe

di Marco Trovato

Questa piccola isola dell’arcipelago-nazione di São Tomé e Príncipe, quasi invisibile sulle carte geografiche, è un angolo di paradiso dove il tempo sembra essersi fermato. Immersa in un’atmosfera languida e rarefatta, ha saputo preservare il suo prezioso patrimonio naturale, un ecosistema fragile, unico al mondo, grazie a una coraggiosa politica di conservazione e di sviluppo sostenibile.

di Marco Trovato

Tre fasci di luce rossa squarciano il buio della notte. Sono le torce dei volontari che pattugliano Praia Grande in cerca delle tartarughe marine. Come ogni anno, tra novembre e febbraio, centinaia di enormi testuggini – più di un metro e mezzo di lunghezza per oltre 200 chili – approdano su queste coste sabbiose per deporre le uova. Tornano sull’isola di Príncipe, nelle calde acque del Golfo di Guinea, dopo aver percorso migliaia di chilometri in ogni mare della Terra. Spinte da un istinto primordiale, guidate da un’infallibile bussola interna, le tartarughe riconosco con precisione la spiaggia in cui sono nate e che diventerà il loro luogo di nidificazione. Ad attenderle sulla riva ci sono gli attivisti di Protetuga, progetto di conservazione marina della ong Fundação Príncipe, impegnati a sorvegliare l’arenile fino alle prime luci dell’alba: si assicurano che gli esemplari giunti dal mare siano in buone condizioni, li soccorrono quando sono feriti o malati, e vigilano sui nidi, proteggendo le uova fino alla loro schiusa.

«Le uova sono incubate dal calore del suolo e la temperatura determina il sesso», spiega il responsabile dei volontari, Reginaldo, 35 anni, insegnante di scuola primaria. «Quelle che si trovano a temperature maggiori di 29 °C daranno origine alle femmine; al di sotto di tale temperatura saranno maschi». Un nido contiene mediamente un centinaio di uova, che si schiudono di notte dopo un periodo di 45-70 giorni. I nuovi nati sono attratti dal bagliore delle onde e si dirigono verso il mare. Dopo i trent’anni si accoppieranno in acqua per poi tornare sulla terraferma, nella stessa spiaggia, per riprodursi. «Ma solo un esemplare su cento dei futuri tartarughini riuscirà a raggiungere l’età adulta», osserva una ragazza impegnata a misurare le dimensioni di un carapace. «La gran parte finirà vittima dei predatori naturali – uccelli, pesci, granchi –, molti altri saranno minacciati dalle reti dei pescherecci o dei bracconieri e dai rifiuti plastici negli oceani».

Al centro del mondo

Il destino delle tartarughe marine, a rischio estinzione, passa dall’isola di Príncipe, che con São Tomé dà il nome a un arcipelago-nazione spesso invisibile nelle nostre carte eppure situato al centro del mondo: là dove il meridiano 0 di Greenwich incrocia l’Equatore. Príncipe, che delle due isole principali è la minore (due volte la Repubblica di San Marino), di origine vulcanica (si creò 31 milioni di anni fa in seguito a una serie di eruzioni), fu avvistata per caso dai navigatori portoghesi il 14 gennaio del 1471.

Le sue coste erano disabitate, l’entroterra era impervio e inaccessibile, completamente ricoperto dalla foresta pluviale. Il re di Lisbona la scelse inizialmente come colonia penale per i perseguitati dall’Inquisizione, molti dei quali furono falcidiati dalla malaria, ma l’importanza dell’isola crebbe enormemente con l’avvio della tratta atlantica, per via della sua posizione strategica a 200 chilometri dalla costa africana, sulla rotta per l’America.

Príncipe divenne un centro di smistamento degli schiavi e uno scalo sicuro per le navi negriere dei portoghesi minacciate dai pirati e dai vascelli che battevano bandiera olandese, francese, inglese. Ben presto l’isola divenne essa stessa un luogo di destinazione per migliaia di africani strappati a forza dai loro villaggi e costretti a lavorare nelle locali piantagioni di canna da zucchero, caffè, vaniglia e cacao.

Dal cacao ad Einstein

Quest’ultima coltura – importata dai conquistadores dalle fazendas brasiliane nel 1820 – si affermò come il pilastro dell’economia locale, come testimoniano i ruderi delle grandiose roças, le fattorie amministrate dai funzionari lusitani che all’inizio del Novecento detenevano il primato mondiale della produzione delle fave di cacao. Oggi la vegetazione avvolge gli scheletri dei vecchi magazzini, dove sono ancora rinvenibili le rotaie arrugginite della ferrovia che portava i sacchi di cacao direttamente al mare. Gli edifici coloniali che restano in piedi hanno le finestre sventrate, scale e soffitti sono sfondati dall’umidità. Solo un paio di ville padronali sono state preservate e trasformate in esclusivi hotel di charme (Roça Sundy e Belo Monte). Nei disegni degli azulejos che decorano le loro pareti si ritrova il fascino decadente del mondo narrato da Miguel Sousa Tavares nel suo best seller Equatore.

La storia di Príncipe riaffiora tra alberi secolari, fiori di ceramica, grovigli di liane, enormi felci. Sull’isola, durante un’eclissi totale di Sole, il 29 maggio 1919, venne provata con successo per la prima volta, dall’astrofisico inglese Sir Arthur Eddington, la teoria della relatività di Einstein.

“Piano piano”

A poca distanza dal luogo in cui avvenne l’esperimento si trovano gli alloggi un tempo occupati dagli schiavi. Panni stesi, lamiere rugginose, polli e maiali che razzolano nel fango. I discendenti dei braccianti hanno dato vita a una comunità meticcia e coesa, frullato di culture e tradizioni diverse. Nei giorni di festa si balla la kizomba angolana e si ascolta la morna capoverdiana. I fedeli affollano le cappelle cristiane senza rinunciare ai vaticini dei feiticeiros.Gli anziani parlano una lingua creola – lung’iye – dall’origine sconosciuta e dal futuro incerto, mentre i giovani chattano in portoghese coi loro cellulari. La gente vive in casupole fatiscenti, in gran parte prive di acqua corrente, con l’elettricità che arriva a singhiozzo.

Ma non c’è traccia di miseria, nessuno soffre la fame. La natura, qui, è generosa. Per procurarsi da mangiare si gettano le reti in acque pescosissime. Dalle piante si raccolgono frutti esotici in ogni stagione. Le giornate scorrono moli-moli, piano piano,impregnate in un’atmosfera languida e sospesa nel tempo. Rari mercantili sbarcano al porticciolo di Santo António, cittadina avvolta in un torpore denso come l’aria umida che ristagna sulla sua baia. I pochi visitatori arrivano, in quaranta minuti di volo, a bordo di un piccolo bimotore proveniente dalla capitale São Tomé.

Paesaggio inviolato

Prima di atterrare su una sottile striscia di asfalto l’aereo sorvola l’isola, offrendo dal finestrino uno spettacolo che lascia senza parole. Dalla foresta spuntano torrioni scuri e maestosi che sembrano guglie di un’immensa cattedrale. Il verde intenso che domina il territorio frastagliato contrasta con il bianco abbacinante delle calette abbracciate da acque turchesi. Fiumi e cascate solcano pendii scoscesi e apparentemente impenetrabili. È un paesaggio selvaggio che sembra uscito dalle pagine di Robinson Crusoe.

Il governo regionale nel 2010 è riuscito a bloccare gli appetiti degli impresari che avrebbero voluto radere al suolo mille ettari di foresta secolare per fare spazio alle piantagioni di olio di palma. L’intera parte meridionale dell’isola è stata proclamata dall’Unesco, nel 2012, Riserva della Biosfera: un riconoscimento importante che ha permesso di preservare il fragile ecosistema, unico al mondo, con le sue centinaia di specie vegetali e animali autoctone. Oggi Príncipe è un laboratorio naturale dove si sperimentano forme virtuose di interazione tra l’uomo e l’ambiente, limitando il più possibile il consumo di risorse, l’inquinamento, il disboscamento e l’alterazione del microclima. La sfida della sostenibilità dovrà forse passare dalla prova più difficile: quella del petrolio. Le profonde acque attorno all’isola potrebbero essere ricche di giacimenti. Il governo ha già venduto alle multinazionali del greggio i diritti di prospezioni dei fondali.

Sedotti dalla natura

São Tomé è un Paese povero che galleggia grazie agli aiuti internazionali. Ma l’eventuale scoperta dell’oro nero sconvolgerebbe il delicato equilibrio preservato finora, grazie anche ai finanziamenti dall’imprenditore sudafricano Mark Shuttleworth, che sull’isola ha avviato con il suo gruppo Hbd progetti di conservazione ed ecoturismo finalizzati a promuovere lo sviluppo economico e sociale della popolazione, salvaguardando al contempo lo straordinario patrimonio naturale.

Le suntuose ville tendate di Sundy Praia e gli eleganti ecolodge di Bom Bom, dotati di ogni comfort, sono perfettamente mimetizzati nell’ambiente e danno lavoro a centinaia di giovani dell’isola. Le alternative, per i viaggiatori che dispongono di budget contenuti, non mancano. La comunità di Oké Daniel gestisce due graziosi bungalow in legno (Wild Camp Saliszoi), illuminati da lampade solari, rustici ma dotati dei servizi essenziali, affacciati su un promontorio spettacolare, che permettono di immergersi nella vita del bairro, apprezzandone l’ospitalità e la cucina. E nella località di Terreiro Velho il giovane e intraprendente Lucindo ospita i visitatori in una casa solitaria immersa nel cuore della selva. La sera si resta in veranda ad ascoltare il respiro della foresta: i canti degli uccelli, il fruscio delle foglie mosse dal vento, il ronzio degli insetti, il fragore dei frutti colti dalle scimmie. In lontananza riecheggiano le onde sulla spiaggia. E non c’è sinfonia migliore per sentirsi liberi e felici.

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