di Marco Trovato
Le rimesse degli africani all’estero superano da tempo gli aiuti internazionali e sostengono famiglie, scuole, infrastrutture. Strumenti finanziari come i Diaspora Bonds cercano di trasformare questo flusso in investimenti produttivi, ma servono trasparenza, istituzioni credibili e canali sicuri per farne un vero motore di sviluppo
Il primo ministro senegalese Ousmane Sonko, alla ricerca di nuove risorse per il bilancio, lo scorso autunno ha incontrato i connazionali all’estero, anche in Italia, invitandoli a sottoscrivere i Diaspora Bonds, titoli di Stato destinati a finanziare progetti di sviluppo. «I vostri risparmi, frutto di tanti sacrifici, sono risorse preziose per sostenere il destino del Senegal», ha dichiarato. L’episodio è emblematico di una realtà cruciale e spesso sottovalutata: gli africani espatriati in Europa, negli Stati Uniti, nel Golfo Persico e altrove sono ormai una colonna portante delle economie dei loro Paesi d’origine. Le rimesse – il denaro che milioni di migranti inviano regolarmente alle famiglie – superano da tempo gli aiuti internazionali e, in molti casi, perfino gli investimenti diretti esteri. Secondo la Banca Mondiale, nel 2024 i flussi verso l’Africa subsahariana hanno raggiunto i 92,2 miliardi di dollari, con Nigeria, Ghana, Kenya e Senegal tra i principali beneficiari. In diversi Paesi si tratta di risorse che pesano per il 10-15% del Pil, con punte ancora più alte in Stati fragili come il Gambia, la Somalia o il Sud Sudan.
A differenza degli aiuti allo sviluppo, spesso vincolati a condizionalità politiche, le rimesse arrivano senza intermediari direttamente alle famiglie, sostenendo spese essenziali come alimentazione, istruzione, cure mediche o edilizia. In Paesi privi di un vero welfare, sono diventate un ammortizzatore sociale di fatto (ma restano uno strumento parziale: chi non ha parenti emigrati ne resta inevitabilmente escluso). Negli ultimi anni governi e istituzioni africane stanno tentando di incanalare questo fiume di denaro verso investimenti produttivi. È qui che entrano in gioco strumenti come le Diaspora Bonds, già sperimentate in Paesi come Etiopia e Nigeria. L’idea è trasformare la fiducia e l’attaccamento degli espatriati verso la propria terra in capitale utile per finanziare infrastrutture, energia, sanità, istruzione. Se ben gestiti, questi fondi possono colmare il cronico deficit di risorse interne. Ma la sfida è enorme: servono credibilità delle istituzioni, trasparenza nella gestione e stabilità politica per convincere la diaspora a rischiare i propri risparmi. Le rimesse, però, sono un filo invisibile che lega le comunità africane all’estero ai territori d’origine. Ogni bonifico è un atto di amore e di fiducia: finanziare una scuola, una moschea, un pozzo o un trattore collettivo significa mantenere viva l’appartenenza e contribuire alla sopravvivenza del villaggio. In molte campagne del Senegal, del Mali o del Burkina Faso interi quartieri o infrastrutture sono state costruite grazie al contributo degli emigrati, spesso più efficaci di Ong e degli stessi governi.
Ma il fenomeno porta con sé un paradosso. Da un lato, le rimesse riducono la povertà e sostengono la crescita. Dall’altro, rischiano di alimentare una dipendenza strutturale: i governi potrebbero considerarle una fonte “facile”, rinviando le riforme necessarie per rafforzare i sistemi fiscali e promuovere economie sostenibili. Senza contare l’altissimo costo umano: dietro ogni trasferimento ci sono lavori precari, solitudine, famiglie divise, vite sospese tra due continenti. La sfida è trasformare le rimesse da fonte di sopravvivenza a leva di sviluppo strutturale. Servono canali sicuri, convenienti e trasparenti – oggi gravati da commissioni ancora troppo alte – e istituzioni capaci di meritare fiducia, dentro e fuori i confini nazionali, come ha ben ricordato il giornalista Bara Ndiaye: «I senegalesi all’estero non devono essere gli unici a stringere la cinghia. Se lo Stato vuole convincere la diaspora a investire, deve dare l’esempio. I viaggi in jet privato, le spese inutili dei leader: è da lì che bisogna iniziare». Solo così il tesoro invisibile delle rimesse potrà diventare davvero un motore di sviluppo per l’Africa, anziché un surrogato fragile del welfare.


