di Marco Trovato
Nonostante gli accordi annunciati a Washington, nell’est della Repubblica Democratica del Congo i combattimenti continuano. Tra Goma e Bukavu, sotto il controllo dei ribelli dell’M23, la popolazione civile resta intrappolata tra violenze, sfollamenti e crisi umanitaria
La pace annunciata dagli Stati Uniti nella regione del Kivu non corrisponde alla realtà sul terreno. Lo dimostrano le immagini e le testimonianze che provengono dalle zone di Goma e Bukavu, ancora controllate dai miliziani del gruppo M23 e tuttora flagellate da violenze e instabilità. A confermarlo è Josué Kayeye, coordinatore di un’organizzazione giovanile della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), che descrive una situazione ancora segnata da combattimenti, sfollamenti e crisi umanitaria.
Secondo Kayeye, malgrado gli annunci roboanti del presidente statunitense Donald Trump, gli accordi firmati a Washington – uno sulla pace tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda nella regione dei Grandi Laghi e un altro sulla cooperazione economica tra Kinshasa e gli Stati Uniti – non hanno affatto fermato le violenze. «Sul terreno la situazione resta drammatica» spiega. «Nel Nord Kivu e nel Sud Kivu i combattimenti proseguono e la popolazione civile continua a soffrire».

Migliaia di persone sono costrette a fuggire, mentre bambini e giovani non riescono a tornare a scuola. Anche i servizi sanitari sono in crisi: alcune strutture sono state bombardate e molti operatori sono stati costretti a lasciare la zona. Gli sfollamenti di massa stanno aggravando anche l’insicurezza alimentare.
Le radici del conflitto, spiega Kayeye, sono molteplici. Da un lato ci sono tensioni politiche interne, con leader che si sentono esclusi dal potere e ricorrono alle armi per farsi sentire. Dall’altro ci sono forti interessi economici legati alle immense risorse minerarie dell’est del Paese, che attirano l’attenzione di attori regionali e internazionali.
«Alcuni approfittano del caos per sfruttare illegalmente queste risorse», afferma. Per questo, secondo l’attivista, la pace resta difficile da raggiungere. Oltre agli interessi economici e geopolitici, pesano anche le fragilità della governance interna.
In questo contesto, le organizzazioni giovanili cercano di promuovere un maggiore coinvolgimento dei giovani nei processi di pace. «Sono soprattutto i giovani a essere mobilitati nei gruppi armati, ma sono anche le principali vittime della guerra», sottolinea.
La sua organizzazione ha tenuto di recente a Kinshasa un evento dedicato al ruolo dei giovani nella costruzione della pace, chiedendo una partecipazione reale nei negoziati e nelle iniziative di stabilizzazione.
Ma per continuare questo lavoro, conclude Kayeye, servono risorse. «Abbiamo bisogno di sostegno tecnico, logistico e finanziario per aiutare le comunità colpite: sostenere l’istruzione, riabilitare scuole distrutte e offrire assistenza alle popolazioni sfollate. La crisi umanitaria nella regione resta una delle più dimenticate al mondo».
Per chi desidera sostenere gli sforzi dei giovani congolesi per la pace o avvisare collaborazioni con loro dall’Italia, segnaliamo questi due indirizzi mail (scrivere in francese): kayeyejosuef4a@gmail.com o cojepad.rdc.sk@gmail.com


