di Annamaria Gallone
Si è aggiudicata il “Leone d’argento”, ma avrebbe dovuto vincere il “Leone d’oro”. Sarebbe stata la dimostrazione che il cinema sa essere aperto all’umanesimo, a così non è stato: dopo infinite discussioni, il presidente della giuria ha preso una decisione pavida, privilegiando il film di Jarmusch, dignitoso, ma non certo uno dei suoi migliori.
Kaouther Ben Hania con il suo film The voice of Hind in competizione alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (27 agosto/6 settembre) ha contribuito efficacemente a tenere viva la fiamma dell’indignazione per il genocidio in atto in questi giorni terribili.
La regista tunisina porta sullo schermo una storia dolorosamente vera, unendo realtà e finzione. Nel 2024, nella striscia di Gaza, Hind Rajab, una bambina palestinese di 6 anni, rimane imprigionata accanto ai suoi familiari, in un’auto colpita dalle forze dell’Idf. La bimba, disperata, telefona alla Mezzaluna Rossa chiedendo aiuto, e per ore si cerca di sostenerla psicologicamente, ma non si riesce ad intervenire con un’ambulanza, eppure vicinissima, a causa della terribile burocrazia imposta dagli occupanti. Hind muore.
La protagonista è la voce di Hindi, le registrazioni sono originali e danno i brividi. Il film non ha una forma sofisticata, ma ha una messa in scena impeccabile e un’intensità straordinaria: sebbene sia stato accolto in sala con una standing ovation di 24 minuti e fiumi di lacrime, non è stato fatto per commuovere, ma per fare pensare.
Qualcuno, potrebbe dire che si tratta di un film di propaganda, ma non lo è nel mondo più assoluto, è un grido che deve arrivare a tutto il mondo e scuoterlo.
Commenta giustamente Zavoli: “Per decenni ci siamo giustamente e doverosamente commossi dinanzi alle sofferenze patite dagli ebrei a causa del nazismo e dell’antisemitismo. Ora qualcuno vorrebbe però impedirci di fare altrettanto nei confronti di questa strage degli innocenti compiuta in nome della caccia ai terroristi di Hamas, pena l’accusa di diventare a nostra volta antisemiti”.
Khaouther, è regista coraggiosa e cara amica, di lei abbiamo selezionato tutti i film al Fescaaal (Festival di Cinema africano, d’Asia e America latina): basti pensare a L’uomo che vendette la sua pelle, La bella e la bestia e Quattro Figlie).
Quando ha ricevuto il Leone d’argento – Gran premio della giuria, ha dichiarato:” Vorrei dedicare questo premio alla Mezzaluna Rossa, a coloro che stanno rischiando tutto. Stanno cercando di ascoltare le grida delle persone. La voce di Hind continua a risuonare. Il cinema ci dà il coraggio di raccontare storie, anche se il cinema non può oscurare le atrocità commesse. Liberiamo la Palestina”. E ancora: “La voce di Hind è la stessa di Gaza. Il cinema ci dà coraggio, lei non c’è più ma la sua presenza è ancora qui, è nella sua voce, e risuonerà finché non ci sarà giustizia. E anche se non ce la riporta indietro continua a dirci la storia di un intero popolo che sta subendo un genocidio inflitto dal regime israeliano che agisce con impunità. C’è un’emergenza che riguarda sua madre e il suo fratellino che sono ancora a Gaza e rischiano la vita, come tantissimi altri, madri, padri, bambini sotto un cielo pieno di bombe. Enough is Enough, Free Palestine» ha aggiunto ancora la regista.
Il Film ha vinto anche il premio della Croce Rossa e la menzione dell’Unicef: “Un film che non si limita a raccontare una storia, ma che la vive, la respira – recita la motivazione – Un’opera che ci rende inevitabilmente testimoni consapevoli e impotenti di fronte alla straziante rappresentazione dell’inutile scorrere del tempo. L’utilizzo di voci e immagini autentiche, condensate in scene di realismo tagliente, rendono l’immediatezza e la sincerità del sentimento vissuto, che non è solo un elemento narrativo, ma un riverbero emotivo che ci scava dentro, restituendo tutto il peso dell’esperienza che ci viene mostrata. Una magistrale interpretazione degli attori che si mettono a servizio della realtà, rendendo il legame con la recitazione indistinguibile. Una pretesa di umanità, un urlo necessario che desta le coscienze assopite.
La regista ha trasformato una testimonianza disperata in un racconto cinematografico che trascende la cronaca, capace di scuotere coscienze, abbattere barriere ideologiche e ricordare al mondo che i bambini sono i piccoli del mondo e hanno bisogno di essere salvati, la loro sopravvivenza non è carità, è giustizia, umanità, il mondo glielo deve».
Anche se non ha vinto il Leone d’oro, il film può avere la strada spianata per l’Oscar, infatti ha avuto il supporto in veste di produttori esecutivi di star di Hollywood come Brad Pitt, Joaquin Phoenix e Rooney Mara e di registi come Alfonso Cuaron e Jonathan Glazer, di origine ebrea. (La regista era già arrivata in cinquina finale con L’uomo che vendette la sua pelle nel 2021). E io penso che la statuetta d’oro sarebbe più che meritata.


