L’attivista keniano per i diritti umani, Boniface Mwangi, è stato rilasciato su cauzione ieri, due giorni dopo il suo arresto avvenuto in seguito al presunto ritrovamento, nella sua abitazione, di tre candelotti lacrimogeni e un proiettile a salve. Figura di spicco nelle recenti proteste antigovernative, Mwangi è accusato di possesso illecito di “sostanze nocive” e munizioni, secondo quanto indicato nel capo d’imputazione citato anche da giornali locali come Kenyans.com.
La cauzione è stata fissata a un milione di scellini keniani (7.100 euro), mentre l’udienza è stata aggiornata al prossimo 19 agosto.
Come notano i media locali, in aula erano presenti centinaia di attivisti, molti dei quali indossavano la bandiera del Kenya, a testimonianza del sostegno al noto difensore dei diritti civili. “Non hanno alcuna prova. Questa è una grande vergogna”, ha dichiarato Mwangi ai giornalisti dopo l’udienza.
Da parte sua, il suo avvocato, Njanja Maina, che ha espresso gratitudine per la decisione del tribunale di concedere la libertà su cauzione, ha fornito precisazioni circa il mandato di perquisizione.
Secondo la ricostruzione dei fatti, Mwangi è stato arrestato sabato da agenti della Direzione delle indagini criminali (Dci), che hanno giustificato l’intervento invocando presunti legami con attività terroristiche. Secondo la Dci, sarebbero stati rinvenuti nell’abitazione dell’attivista due candelotti lacrimogeni inutilizzati, un proiettile a salve, due computer portatili, nove hard disk esterni, timbri aziendali, sei libretti di assegni e copie di documenti fiscali. Tuttavia, i legali dell’attivista smentiscono fermamente ogni collegamento tra Mwangi e materiali riconducibili ad attività terroristiche, ricordando che il mandato di perquisizione fosse limitato all’ufficio dell’attivista e non alla sua residenza situata nei pressi della capitale Nairobi.
“Possiamo affermare con certezza che quegli oggetti non erano in suo possesso. Non capiamo perché abbiano formulato accuse di terrorismo”, ha dichiarato Maina, denunciando anche la violazione dell’ordine giudiziario da parte della polizia, che avrebbe eseguito la perquisizione in assenza di un mandato d’arresto.

Oltre alla massiccia mobilitazione di sostegno all’attivista scoppiata online a poche ore dall’arresto, 37 organizzazioni per i diritti umani e decine di attivisti hanno altresì sollevato dubbi sulla legittimità dell’arresto: le “accuse infondate di terrorismo” – hanno scritto in una nota congiunta – rappresentano un abuso del sistema giudiziario per reprimere il dissenso. “Ciò che è iniziato come una persecuzione mirata contro i giovani manifestanti che chiedevano conto delle azioni del governo si è trasformato in un vero e proprio assalto alla democrazia keniana”, hanno denunciato.
Anche la Commissione per i diritti umani del Kenya (Khrc), che sostiene attivamente il movimento degli attivisti, ha definito l’arresto di Mwangi “un tentativo di mettere a tacere i whistleblower e intimidire gli attori della società civile” ed espresso profonda preoccupazione per quello che ha definito “un pericoloso schema di repressione transnazionale”, volto a impedire ai difensori dei diritti umani di esercitare il loro diritto a vigilare e a intervenire su questioni politicamente sensibili.
Mwangi è noto in Kenya per la sua militanza contro la corruzione e le violazioni dei diritti umani, in patria come all’estero. A maggio era stato espulso con evidenti segni di tortura su tutto il corpo dalla Tanzania, dove si trovava per assistere a un’udienza per alto tradimento contro l’oppositore tanzaniano Tundu Lissu. In passato si era anche candidato al Parlamento su una piattaforma anticorruzione.
Il suo arresto si colloca in un contesto di crescente tensione nel Paese, dopo la morte in custodia del blogger politico Albert Ojwang, avvenuta a giugno. La vicenda ha scatenato proteste di piazza in tutto il Kenya, con oltre 50 morti, tra cui 19 attivisti, secondo le organizzazioni per i diritti umani. Le autorità avevano inizialmente parlato di suicidio, salvo poi ritrattare dopo che un’autopsia ha indicato che la causa del decesso era riconducibile ad aggressioni fisiche.



