Mauritania, la lezione del deserto

di claudia

di Adrien Marotte – foto di Michele Cattani / Afp

La Mauritania lotta contro l’avanzata del deserto. Le palme da dattero, fulcro della vita economica e sociale, muoiono sotto l’effetto della siccità e dell’inaridimento della terra. Ma qualcuno ha escogitato un modello vincente contro il cambiamento climatico: gli abitanti di Maaden, un’oasi che è esempio di autosufficienza e armonia sociale

Dall’alto di una piccola duna nel cuore della Mauritania, Aliene Haimoud osserva sconsolato le palme da dattero ingiallite davanti a lui. Stanno morendo, se non sono già morte. È uno spettacolo che non sorprende più nessuno. Le palme, un tempo principale risorsa di queste terre aride, sono ormai vittima di una battaglia persa contro il deserto, un nemico che avanza senza sosta, minuto dopo minuto.

Aliene è presidente di un’associazione cooperativa locale ad Azougui, un villaggio-oasi a circa 450 chilometri a nord-est di Nouakchott, la capitale della Mauritania. Qui, l’avanzata inesorabile del deserto è sotto gli occhi di tutti. La sabbia inghiotte gli alberi, soffoca la terra, prosciuga le speranze. Il calore intenso del sole sembra non dare tregua, e il vento, impetuoso e costante, diffonde la sabbia che minaccia di rendere invivibile una terra che per secoli ha dato vita a numerose generazioni di agricoltori, allevatori e commercianti. Azougui, che una volta era un’oasi florida, sta perdendo la sua battaglia contro la desertificazione. Ma, nonostante la tristezza e la desolazione che avvolgono il villaggio, i suoi abitanti si preparano, col cuore pesante, alla tradizionale Guetna, la raccolta annuale dei datteri, un rito che segna ancora una volta il passaggio stagionale e che continua a costituire il punto di riferimento per molte famiglie.

La Guetna è un evento festoso, anche se le ragioni per sorridere si fanno sempre più rare. Un momento di speranza, che è rimasto radicato in una tradizione nomade che affonda le radici nell’antica storia del Paese. Un abitante racconta con un sorriso che, durante la Guetna, «in questi giorni passi da avere dieci a mille amici». Tuttavia, quando una palma muore, non è solo un albero che se ne va. È una parte di vita, una parte di storia della comunità che insieme a essa si spegne.

Esodo forzato

«La sabbia ci costringe ad andarcene, perché senza raccolto non si può restare», spiega Aliene Haimoud. Negli ultimi quarant’anni, nella zona sono scomparse oltre 20.000 palme da dattero, e ogni anno il villaggio si svuota sempre di più. L’esodo delle famiglie è inesorabile, il deserto non lascia scampo. È un fenomeno che non riguarda solo la Mauritania, ma anche gran parte dell’Africa occidentale e della regione saheliana. L’intero continente africano sta lottando contro il cambiamento climatico, un problema che ha radici profondissime e che sta trasformando terre fertili in aride distese di sabbia. Le temperature in Mauritania aumentano a una velocità che è di 1,5 volte superiore alla media globale, mentre le piogge sono sempre più scarse e irregolari. Le stagioni umide si fanno più brevi e le terre agricole, un tempo produttive, non riescono più a sopportare i colpi della siccità.

Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, la Mauritania è uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno della desertificazione. Le palme da dattero, che da sempre costituscono una delle principali risorse del Paese, stanno scomparendo a un ritmo allarmante. Per cercare di arginare l’avanzata delle sabbie, il governo ha avviato una serie di interventi. Un esempio è la piantumazione di alberi di prosopis, una pianta resistente alla siccità, ma con risultati tutt’altro che soddisfacenti. Questo albero, che in teoria dovrebbe contrastare la desertificazione, ha prosciugato ulteriormente il suolo, riducendo ancora di più la capacità della terra di nutrire le palme da dattero. A 70 chilometri a sud di Azougui, la situazione non è meno critica. L’oasi di M’Heiret, che un tempo era un angolo rigoglioso di vegetazione e vita, è stata decimata.

Nel 2021, circa 6.000 palme da dattero, già indebolite dalla siccità, sono state spazzate via dalla piena improvvisa di un wadi, un torrente stagionale che durante le inondazioni ha distrutto tutto ciò che incontrava sul suo cammino. Oggi, i tronchi delle palme giacciono abbandonati nell’alveo asciutto, a testimonianza di un tempo che non esiste più. Amou Dehah, ex sindaco del villaggio, racconta tristemente: «Qui un tempo c’erano solo palme. I contadini che lavoravano il palmeto hanno perso tutto e adesso faticano a sfamarsi».

L’ultima speranza

Se le palme muoiono, muore anche il lavoro. Senza palme da dattero, non ci sono raccolti, e senza raccolti non c’è denaro. «Dobbiamo trovare una soluzione, altrimenti la gente sarà costretta a partire», avverte Dehah, il cui viso, segnato dal tempo, riflette la preoccupazione di chi ha visto con i propri occhi il lento morire di una tradizione. La paura è palpabile anche per Mohamed Mahmoud Ould Brihm, 56 anni, che teme di perdere le sue cinquanta palme, ereditate di generazione in generazione. «Ho paura di perdere tutto. Il deserto avanza a vista d’occhio. Temo che prima o poi finirà per inghiottire anche la mia casa», confessa con voce tremante. Nelle case di M’Heiret l’incertezza regna sovrana, e la sensazione che la fine sia ormai imminente è condivisa da molti. Gli abitanti chiedono da tempo alle autorità la costruzione di una diga, una barriera che possa proteggere il villaggio dalle inondazioni improvvise e che potrebbe anche creare le condizioni ideali per coltivare di nuovo le palme.

«La diga potrebbe essere la soluzione migliore», conferma Houdy Sidina, docente di biologia e agronomia all’Università di Nouakchott. «Permetterebbe di intercettare le acque stagionali, di combattere la siccità, irrigare i palmeti e prevenire le alluvioni». Alcuni esempi di soluzioni efficaci esistono già, come la diga di Seguelil, inaugurata nel 2019, che ha trasformato la vita della popolazione locale, garantendole un approvvigionamento costante di acqua per l’agricoltura. Anche il governo sta investendo in nuove tecnologie per migliorare l’irrigazione, come l’introduzione di pannelli solari. Inoltre, le autorità stanno piantando nuove palme per i contadini più poveri, nel tentativo di preservare il cuore verde della Mauritania. Nel piccolo palmeto di Moustapha Chibany, vicino ad Atar, il raccolto dei datteri è una benedizione. «Per me non è solo una questione economica. Se ho deciso di restare a vivere in un’oasi è per l’amore per i datteri. Senza di loro, qui la vita non sarebbe possibile», dice con un sorriso soddisfatto. Chibany, tuttavia, è ben consapevole della crescente concorrenza dei datteri nordafricani, che minacciano l’industria locale. Secondo lui, per salvare il settore è fondamentale puntare su tecniche di coltivazione più efficienti, ridurre gli sprechi e valorizzare le varietà di datteri di qualità superiore. «Solo così il cuore verde delle oasi mauritane potrebbe continuare a battere», aggiunge con convinzione.

Quelli che ce l’hanno fatta

A pochi chilometri di distanza, l’oasi di Maaden sembra aver trovato una sua strada, un modo per affrontare con successo le sfide del cambiamento climatico. Qui, la resilienza della comunità è la chiave per mantenere viva una tradizione millenaria. Un modello vincente nato da un uomo visionario: la guida spirituale sufi Mohammed Lemine Sidina, che nel 1975 fondò questa comunità in un angolo remoto della Mauritania, battezzandola Maaden el Ervane, “il deposito della conoscenza” nel dialetto arabo locale. Su una terra fertile, ai piedi di un piccolo rilievo roccioso, Sidina costruì un modello di società basato sull’uguaglianza, l’armonia e il lavoro collettivo. A più di vent’anni dalla sua scomparsa, la sua eredità è viva più che mai. «A Maaden non esistono caste né razze. Siamo tutti fratelli. Se qualcuno ha bisogno, ci aiutiamo a vicenda», racconta Djibril Niang, 70 anni, giunto dal Senegal cinquant’anni fa per non andarsene mai più. Qui ha sposato la figlia del suo maestro spirituale – un’unione interrazziale che all’epoca era impensabile.

Nel cuore del villaggio, presso l’edificio più antico, l’imam Taha Sidina rievoca la visione del padre: «Ogni sera la comunità si riuniva per pianificare il giorno successivo: scavare un pozzo, costruire una strada, piantare una palma». Così Maaden si è sviluppata, casa dopo casa, pietra dopo pietra. Dopo aver costruito una piccola diga per trattenere l’acqua preziosa, i residenti hanno creato campi coltivabili, fondato una scuola e istituito una clinica comunitaria. Oggi, mentre tanti villaggi vicini si svuotano, Maaden cresce. A differenza delle oasi minacciate dalla desertificazione, la terra coltivabile qui si espande ogni giorno grazie alle protezioni contro il vento che fermano l’avanzare della sabbia, e altre soluzioni agricole indovinate. «Quest’anno il raccolto è eccellente», dice con orgoglio Mohamed Ould Vaide, 45 anni, mostrando le sue piante di pomodori, peperoni, cipolle, carote e angurie. Coltiva con la tecnica dell’irrigazione a goccia e non ha dubbi: «Non lascerò mai Maaden. Non esiste un posto come questo».

Ecologia ed equità

La svolta per l’agricoltura locale data dal 2018, con la visita di Pierre Rabhi, pioniere dell’agricoltura biologica in Francia. Stregato da Maaden, Rabhi ha trasmesso alla comunità il suo approccio ecologico: il compost ha sostituito i fertilizzanti chimici, i pannelli solari hanno preso il posto delle pompe a motore alimentate a carburante, e il villaggio è diventato quasi autosufficiente. Grazie a lui, è stata introdotta anche una macchina per la macinazione dell’henné, consentendo alle donne di trasformare la pianta locale in cosmetici, integrando le loro attività nell’artigianato, nell’agricoltura e nel commercio. «A Maaden, una donna può coltivare la terra, indossare stivali da lavoro, impegnarsi in attività manuali e salutare un uomo senza problemi. È diverso dagli altri villaggi», racconta Zeinab Mintou Boubou, 57 anni, presidente della cooperativa agricola femminile. In un Paese come la Mauritania, dove le leggi islamiche limitano il ruolo delle donne, e vietano il contatto tra uomini e donne non appartenenti alla stessa famiglia, Maaden rappresenta un’eccezione.

Sul confine dell’oasi, mentre il sole tramonta dietro le dune, Mohamed Ould Ali Abdein accende un piccolo fuoco per preparare il tè. Poco dopo, alcuni amici si uniscono a lui. Lì vicino, i suoi cammelli si preparano per la notte. Per lui, la moglie e i loro sette figli, Maaden non è solo casa. È un modello di vita, un luogo dove il passato e il futuro s’incontrano nel segno della condivisione e della fratellanza. E di fronte ai problemi che attanagliano l’intero pianeta il messaggio è chiaro: ci si salva solo insieme.

Questo articolo è uscito sul numero 4/2025 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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