Il futuro della medicina cresce nelle foreste dell’Uganda

di Tommaso Meo

di Celine Nadler

Centinaia di specie di piante medicinali sono utilizzate da secoli dalle comunità locali e sempre più studiate dalla ricerca scientifica. Ma sfruttamento, perdita di habitat e scarsi investimenti mettono a rischio questo patrimonio biologico e culturale, fondamentale anche per la salute pubblica

Sta nascendo tra i ricercatori ugandesi un nuovo dibattito sulla conservazione. Mentre l’attenzione di buona parte delle organizzazioni ambientali si focalizza sulla tutela di specie animali come gli elefanti e i gorilla di montagna, alcuni esperti sostengono che i meccanismi di protezione dovrebbero estendersi a una risorsa più silenziosa ma altrettanto minacciata: le piante medicinali e aromatiche nascoste nelle foreste dell’Uganda. Un’immensa ricchezza naturale paragonata dai ricercatori all’oro, ma per la quale – avvertono – il Paese non ha ancora una strategia nazionale.

Una nuova ricerca presentata di recente ha chiarito che le foreste dell’Uganda contengono una biodiversità pienamente integrata, con un grande patrimonio culturale e farmacologico, nonché opportunità economiche, ma sta ugualmente scomparendo sotto la pressione di un eccessivo sfruttamento, della perdita di habitat e di una regolamentazione limitata. Nonostante nelle aule universitarie e negli istituti di ricerca gli scienziati si affrettino a documentarne le proprietà curative, anche in aree protette come Bwindi e il Ruwenzori, molte delle specie botaniche locali vengono spogliate, scortecciate e raccolte illegalmente.

Nella ricerca condotta da Godwin Anywar della Makerere University e Upton Nuwagira per conto dell’Uganda Wildlife Training Institute viene dipinto un quadro esauriente dell’ecosistema delle piante medicinali dell’Uganda e tuttavia strutturalmente poco supportato, che necessita di investimenti locali sostenuti, sistemi di proprietà intellettuale, ricerca finanziata localmente e database coordinati che colleghino le piante medicinali allo stato di conservazione.

Secondo i dati raccolti dagli esperti, l’Uganda conta 4.816 specie vegetali autoctone, di cui 1.037 sono piante socio-economiche, 738 delle quali medicinali, e il 42% si trova in aree non protette; 184 specie sono endemiche o quasi endemiche del Paese. La ricerca collega direttamente la conservazione di questa flora alla salute pubblica: se le foreste si degradano, le catene di approvvigionamento dei medicinali crollano; se la domanda aumenta, cresce la pressione sulle foreste; senza pianificazione, sia la salute che la biodiversità ne soffrono.

Ad esempio, lo studio documenta oltre 240 specie vegetali utilizzate in Uganda per trattare le infezioni tra le persone affette da Hiv/Aids. «Molte delle specie vegetali che questi erboristi somministrano alle persone affette da Hiv/Aids hanno molteplici meccanismi d’azione», spiega il ricercatore. «Non agiscono solo sul virus. Alcune rafforzano il sistema immunitario. Altre migliorano l’appetito. Altre ancora ne rallentano la replicazione. Quindi si scopre che la persona viene trattata in modo più olistico».

Anywar offre un’altra testimonianza del notevole potenziale farmacologico delle foreste ugandesi: «A Bwindi abbiamo testato specie vegetali utilizzate dalle comunità locali per la tigna. Si sono rivelate più efficaci dei farmaci moderni nel curare la tigna», ha detto durante la presentazione della ricerca. Tuttavia, le tendenze rilevate dai ricercatori sono allarmanti. «Anche nelle foreste altamente protette, le persone entrano di notte e raccolgono piante medicinali», ha deplorato Nuwagira. «Usano metodi inadeguati, come la scortecciatura ad anelli, che uccide completamente l’albero», oltre alle calamità naturali, agli incendi boschivi o alle frane.

Per questo motivo diventa necessario promuovere un uso sostenibile di queste specie botaniche: «Se le comunità vogliono piantare queste specie e trarne beneficio, abbiamo bisogno di meccanismi che consentano la coltivazione e la commercializzazione legali senza relegarle in aree protette», insiste l’esperto. «Abbiamo utilizzato dati climatici satellitari, dati di altitudine, pendenza, proprietà fisiche e chimiche del suolo. Poi abbiamo creato mappe di idoneità del territorio per identificare dove queste specie possono prosperare al di fuori dei loro habitat naturali», ha spiegato.

La ricerca sostiene la conservazione ex situ, ovvero la piantumazione di specie medicinali in aree in cui possono crescere con successo senza esercitare pressioni sulle popolazioni selvatiche autoctone. «I nostri risultati mostrano che l’Uganda occidentale, in particolare il Rwenzori e gli altopiani sud-occidentali, è altamente adatta a molte di queste specie», ha affermato Nuwagira, mentre «l’Uganda settentrionale è meno adatta. Se si pianta nel posto sbagliato, la pianta può crescere, ma potrebbe non sviluppare le stesse proprietà medicinali».

Al di là delle fragilità ecologiche, con specie sovrasfruttate e gestite in modo inadeguato, la ricerca ha messo in luce un’altra crisi: la vulnerabilità della conoscenza, con ricerche condotte esternamente e sottofinanziate a livello locale. «Il mio dottorato è stato finanziato dai tedeschi. Il progetto di medicina tradizionale è finanziato dal governo svizzero. Finanziando le ricerche diventano proprietari delle informazioni», insiste Anywar, che considera l’insufficienza dei fondi stanziati per i settori accademici la sfida più grande che l’ecosistema della medicina tradizionale ugandese deve affrontare: «Non stiamo facendo abbastanza ricerca sulle nostre piante, che stanno letteralmente salvando delle vite – ha scandito l’esperto – ma se noi stessi non investiamo nella ricerca e nella protezione di queste piante, non avremo il controllo sul loro futuro».

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