Guinea Bissau: la “Carta” dell’oblio e i verbali sopravvissuti

di claudia
guinea bissau

di Ernesto Sii

L’aria nella capitale Bissau è pesante, satura di un’umidità che da ieri, 9 dicembre 2025, è politica prima ancora che climatica. Mentre la giunta militare, autoproclamatasi “Alto comando per il ripristino della sicurezza”, ufficializza la sua “Carta di transizione politica” sospendendo la Costituzione e blindando il potere per i prossimi dodici mesi, una verità alternativa ribolle sotto la superficie dei comunicati ufficiali. Se la narrazione dei militari parla di “salvare la patria” da complotti narcoterroristici, una testimonianza raccolta in esclusiva da Africa Rivista racconta una storia diametralmente opposta: quella di un popolo che ha detto “basta” e di un presidente che ha rovesciato il tavolo per non ammettere la sconfitta.

L’anatomia di un “auto-golpe”
Per comprendere il dramma che si consuma tra le strade di Bissau e i palazzi del potere, bisogna ascoltare chi rischia la vita per parlare. «Possiamo dire che sono circa sei anni che, in pratica, non c’è tranquillità», esordisce la nostra fonte, un guineano di alto profilo con cui abbiamo parlato sotto la garanzia dell’anonimato. La crisi odierna non è un fulmine a ciel sereno, ma l’epilogo di un’erosione democratica iniziata nel 2019. «Viviamo sotto la gestione di questa Presidenza della Repubblica dalle elezioni del 2019. Sappiamo che quelle elezioni derivavano da una mancata vittoria: il risultato è stato raggirato, ma il popolo ha accettato».

Ma il 23 novembre 2025 qualcosa si è rotto. La rassegnazione ha lasciato il posto alla determinazione. «Questa volta c’è stata un’attenzione estrema: la gente ha dormito ai seggi per controllare», racconta la fonte, descrivendo un voto segnato dalla “rabbia”. È proprio questa sorveglianza popolare ad aver fatto scattare quello che l’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha definito un “golpe cerimoniale” e che la nostra fonte descrive come un disperato “auto-golpe” del presidente uscente Embaló.

«Lui ha capito di aver perso queste elezioni perché la popolazione è uscita in massa a votare». La dinamica descritta è quella di una fuga in avanti: «Per non uscire di scena come un perdente, il che sarebbe stato una vergogna per lui, ha fatto questo colpo di mano […] Invece di andarsene, ha messo i militari al potere». Una mossa tattica, avvenuta “guarda caso”, evidenzia con enfasi la fonte, un giorno prima dell’annuncio dei risultati, per congelare un verdetto che le urne avevano già emesso.

I verbali sopravvissuti
Il voto del 23 novembre 2025, secondo la versione ufficiale, si è svolto in modo pacifico, con un’affluenza superiore al 65% su circa 960.000 aventi diritto. La Commissione elettorale nazionale ha parlato di consultazione “tranquilla”, con difficoltà logistiche rapidamente risolte, forte partecipazione di giovani e donne e un quadro generale di regolarità, pur invitando i candidati e i media a non diffondere risultati prima dell’annuncio ufficiale.

Anche in questo caso, il racconto della nostra fonte non smentisce, ma anzi accentua alcuni di questi elementi. «Ora ci sono detenuti arrestati arbitrariamente», racconta, spiegando che molti oppositori sono stati ostacolati fin dalle candidature. «Lui ha capito di aver perso queste elezioni perché la popolazione è uscita in massa a votare; abbiamo votato con rabbia. C’è molta paura perché i militari che hanno preso il controllo sono una giunta fedelissima a lui».

Secondo questa testimonianza, il voto del 23 novembre avrebbe visto una partecipazione non solo alta, ma eccezionale, motivata dall’intento di “voltare pagina” dopo anni di tensione. «Nel 2019 avevano raggirato i voti facilmente perché il sistema era manuale. Ma questa volta c’è stata un’attenzione estrema: la gente ha dormito ai seggi per controllare. La popolazione ha deciso che il suo tempo doveva finire».

Embalo
Embalò

Lo strappo arriva nelle ore successive. Secondo le cronache, il 25 novembre due candidati – il presidente uscente Embaló e l’indipendente Fernando Dias da Costa, appoggiato dalla coalizione Terra Ranka guidata dal leader del Paigc Domingos Simões Pereira, escluso dalla corsa – rivendicano entrambi la vittoria.

Il 26 novembre, verso l’ora di pranzo, a Bissau si sentono colpi d’arma da fuoco; i militari annunciano in tv la creazione di un comando militare per il “ripristino dell’ordine”, dichiarano di avere assunto il «controllo totale del Paese», sospendono il processo elettorale, chiudono le frontiere e ordinano l’interruzione delle trasmissioni dei media.

Il presidente Embaló parla alla stampa francofona di un proprio arresto, mentre la commissione elettorale rimanda l’annuncio dei risultati. Secondo la giunta e secondo la Carta di transizione adottata nei giorni successivi, l’esercito sarebbe stato costretto a intervenire di fronte a una situazione politica “grave”, segnata da tensioni e controversie che minacciavano di degenerare in guerra civile, e in presenza di un piano eversivo sostenuto da reti legate al narcotraffico.

Secondo la nostra fonte, invece, la dinamica è opposta: il colpo di Stato sarebbe stato concepito dal campo presidenziale proprio perché il voto stava andando nella direzione di un’alternanza.

La giunta giustifica il suo potere con il vuoto istituzionale creato dalla presunta distruzione dei dati elettorali durante il raid alla Commissione Elettorale. Tuttavia, la nostra fonte svela un dettaglio tecnico che potrebbe ribaltare la storia: la memoria digitale del voto è salva. «No, non sono bruciati. La comunità internazionale aveva stabilito che alle ore 18:00, dopo la chiusura dei seggi, tutti gli “atti” (i verbali firmati) venissero inviati via internet». I file esistono, «ci sono tutti», custoditi in server lontani dalle armi dei golpisti, pronti a smentire la necessità di una transizione militare.

Ed è proprio qui che emerge un nodo cruciale anche per gli sviluppi futuri della vicenda guineana: il destino dei risultati elettorali. La commissione elettorale ha dichiarato il 3 dicembre di non essere in grado di concludere il processo, spiegando che fogli di scrutinio e dati essenziali sono stati rubati e che i server contenenti i risultati sono stati distrutti durante un raid di uomini armati negli uffici della Commissione. Il 4 dicembre, ulteriori testimonianze raccolte dai media parlano di computer e server confiscati, di oltre 45 persone presenti – tra funzionari elettorali, rappresentanti di partiti e candidati – al momento del blitz, e della conseguente impossibilità di finalizzare il conteggio.

Secondo i media, dunque, la perdita del materiale elettorale rende impossibile la proclamazione dei risultati e getta il Paese in una crisi istituzionale profonda. Secondo la fonte interpellata da Africa Rivista, invece, non tutto è andato perduto. «No, non sono bruciati», afferma, riferendosi ai verbali di seggio. «La comunità internazionale aveva stabilito che alle ore 18:00, dopo la chiusura dei seggi, tutti gli “atti” (i verbali firmati) venissero inviati via internet. Quindi le copie esistono, ci sono tutte».

E ancora: «Non è un problema, potrei fornirli anche io perché esistono. Ma ci sono state minacce enormi. Hanno messo in galera gente solo per aver partecipato alle elezioni appoggiando altri candidati, dato che a molti era stato vietato di candidarsi».

Qui il contrasto è netto: da un lato, la versione ufficiale e le agenzie internazionali insistono sull’impossibilità materiale di proseguire il processo elettorale; dall’altro, la nostra fonte sostiene che una copia integrale dei verbali sia stata trasmessa online e possa essere recuperata, trasformando il tema dell’accesso ai dati in una questione eminentemente politica. Non a caso, sia l’Ecowas sia osservatori come Jonathan hanno chiesto alla giunta di pubblicare i risultati, se disponibili, come condizione per un’uscita dalla crisi.

guinea bissau

Il prezzo del silenzio
Il prezzo di questa operazione di occultamento, però, lo sta pagando la popolazione civile. Mentre la “Carta di Transizione” promette stabilità e amnistie per i golpisti, nelle strade vige un regime di terrore che silenzia ogni dissenso. «Hanno sparato a un ragazzo di appena 18 anni solo perché ha detto di non volere un altro regime militare», riferisce il testimone con voce ferma.

In questo scenario, la Guinea Bissau è ostaggio di un paradosso: etichettata dalla giunta come vittima dei narcos, è in realtà, secondo la fonte, gestita proprio da chi «ha trasformato lo Stato in un centro per il narcotraffico». Oggi il Paese resta sospeso tra due documenti: la Carta dei militari, che impone l’oblio e la forza, e quei file digitali salvati il 23 novembre, che contengono l’unica cosa che il regime teme davvero: la volontà del popolo.

A più di due settimane dal voto, la Guinea Bissau resta così sospesa tra una Carta di transizione che pretende di mettere ordine “dall’alto” e una domanda di legittimità “dal basso” che si esprime, nella testimonianza raccolta, come rabbia e frustrazione.

Secondo i media, l’adozione della Carta e la creazione del Consiglio nazionale di transizione sono i passi necessari per accompagnare il Paese verso nuove elezioni entro un anno. Secondo la fonte interpellata, senza chiarire l’esito delle urne del 23 novembre e senza rompere con le reti di potere che hanno fatto della Guinea Bissau un “narco-Stato”, qualsiasi transizione rischia di essere solo formale. Su questo crinale, tra legalità proclamata e legittimità contestata, si giocherà nei prossimi mesi il futuro politico del Paese.

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