Ā«Non accetto che la mia identitĆ arrivi prima dei miei lavori. Questo non significa che la consideri irrilevante, ma concentrarsi sulle origini o farne la principale discriminante induce a forme di identificazione molto superficiali e in fondo poco rispettose delle personeĀ». Adji Dieye, classe 1991, ĆØ infastidita dall’etichetta afropolitan che qualcuno vorrebbe cucirle addosso. Nata a Milano, cresciuta tra l’Italia e il Senegal, si ĆØ diplomata a Brera e adesso sta perfezionando i suoi studi in fine art a Zurigo,Ā alla ZHdK (Zürcher Hochschule der Künste).

Maimouna’s Family

Suo padre, Sherif Assane, ĆØ un baye fall senegalese. Fa parte, cioĆ©, del gruppo più mistico della giĆ mistica confraternita dei murid. Sua madre ĆØ Patrizia Maimouna Guerresi, fotografa, scultrice e peformerĀ convertita all’Islam e impegnata in una ricerca serrata sul femminile e sulla spiritualitĆ della religione musulmana. Insieme con la sorella Marlene, Adji compare in alcune tra i più celebri lavori della madre. Per esempio, Maimouna’s Family (2006). Quando glielo ricordo lei si schermisce: Ā«Non mi ci fare pensare. Avevo una faccia cosƬ rotonda…Ā».
Effettivamente è molto cambiata da allora, come si può vedere in questo autoritratto realizzato pochi anni fa per la serie Maggic Cube, di cui parleremo tra poco.
E’ a Milano di passaggio, appena rientrata dal Lagos Photo Festival a cui ha partecipato (unica italiana) con il progettoĀ Red Fever. Si tratta di un’installazione di grande impatto (che si può trovare in formato ridotto all’interno di un libro d’artista, opera d’arte ulteriore all’interno del progetto) e che prende le mosse da un “fatto” di cronaca e di economia poco noto all’opinione pubblica: la presenza nordcoreana in Africa. Da parecchi anni infatti Pyongyang realizza edificazioni di vario tipo nel continente e, in particolare, costruzioni celebrative commissionate dai governi.

African renaissance, Dakar
Il contestatissimo monumento all’African Renaissance fatto erigere dall’ex presidente senegalese Ablaye Wade, per esempio, arriva da lƬ, cosƬ come il memorialeĀ Hero’s Acre a Windhoek. E l’elenco potrebbe allungarsi ad almeno altri 14 paesi. Si tratta sempre di costruzioni imponenti, realizzate seguendo i criteri compositivi ed espressivi delle dittature comuniste. Con grande preoccupazione delle Nazioni Unite, come si evince da questa inchiesta della CNN. Ā«A me però non interessava l’angolazione politicaĀ», spiega Adji. Ā«Piuttosto volevo e vorrei capire perchĆ© in Africa si senta la necessitĆ di creare monumenti con queste caratteristiche. E, più in generale: perchĆ© lāAfrica senta la necessitĆ di creare monumenti.Ā Questo tipo di edificazioni le appartengono? Che senso ha parlare di risorgimento africano e per rappresentarlo prendere in prestito un modello estetico totalmente estraneo?Ā».


Le sagome rosse stilizzate che spiccavano sulle tele dell’allestimento lagosiano, riproponendo alcuni dei monumenti, sono portatrici appunto di queste domande. Ma le risposte? Le hai trovate? Adji sorride. Ā«Bisogna continuare a chiedereĀ». E infatti Red Fever ĆØ un work in progress. Ā«Ho visitato alcuni paesi, fotografato e rivisitato creativamente i monumenti, ma c’ĆØ ancora molto da fare e da documentareĀ».

Maggic Cube
Concluso ĆØ invece il citato progetto Maggic Cube, che accompagnato dai testi di Niccolò Moscatelli, ĆØ stato esposto alla Biennale di Dakar del 2016 e ha dato vita a un libro.Ā Maggic Cube (gioco di parole tra “magic” e “Maggi”) ĆØ una serie fotografica che riprende il genere classico del ritratto africano in studio sotto forma di falso e ironico omaggio al dado da cucina, ingrediente ormaiĀ imprescindibile nelle cucine dell’Africa Occidentale eppure a loro storicamente estraneo. Il puntoĀ di partenza ĆØ diversissimo rispetto a quello di Red Fever, ma l’approdo ĆØ assai simile: la necessitĆ di interrogarsi sul senso e le premesse dellaĀ colonizzazione del quotidiano.
Adji si approccia a queste tematiche inforcando le lenti biculturali che le sono proprie e che condivide conĀ le decine e decine di ragazzi “misti” nati e cresciuti in Italia ed Europa. Il loro ĆØ uno sguardo che può aggiungere profonditĆ e vastitĆ inusitate alla realtĆ che ci circonda. Ma a una condizione: che non sia ridotto a etichetta o, peggio, a citazione fashion.
(Stefania Ragusa)



