di Enrico Casale
Sessant’anni di partecipazioni africane ai Giochi invernali raccontano una storia fatta di ostacoli strutturali, storie individuali e di un’olimpiade vissuta come spazio di rappresentazione globale
Africa e Giochi olimpici invernali formano un binomio che, a prima vista, può sembrare improbabile. Eppure, da oltre sessant’anni, il continente è presente sulle piste innevate e sulle superfici ghiacciate della rassegna a cinque cerchi, portando con sé storie di atleti, sfide logistiche e un forte valore simbolico.
La prima partecipazione africana risale al 1960 con il Sudafrica. A causa dei boicottaggi politici contro l’apartheid, i sudafricani non sono però tornati fino a Lillehammer, in Norvegia, nel 1994. Da allora, fino alle edizioni più recenti, quindici Paesi africani hanno schierato almeno un atleta ai Giochi olimpici invernali. Tra questi, oltre al Sudafrica, figurano Marocco, Algeria, Senegal, Madagascar, Eritrea, Kenya, Ghana e Togo, spesso rappresentati da singoli atleti o da delegazioni estremamente ridotte. In molti casi si è trattato di sciatori alpini, fondisti o pattinatori cresciuti sportivamente in Europa o in Nord America, talvolta grazie alla doppia cittadinanza o a programmi di formazione all’estero.
In particolare, il Marocco è stato uno dei pionieri africani degli sport invernali: seconda nazione del continente a partecipare, ha portato più volte ai Giochi sciatori alpini sin dagli anni Sessanta. Anche l’Algeria ha costruito nel tempo una presenza relativamente costante, soprattutto nello sci alpino. Il Sudafrica, forte di una struttura sportiva più sviluppata, ha partecipato a diverse edizioni con atleti impegnati nello sci e nel pattinaggio. Altri Paesi, come Senegal e Togo, hanno attirato l’attenzione mediatica per partecipazioni simboliche, diventate emblema dello spirito olimpico.
Sul piano dei risultati, l’Africa non ha mai conquistato medaglie ai Giochi invernali. Tuttavia, la posta in gioco non è mai stata esclusivamente il podio. Per molti di questi atleti, la qualificazione rappresenta già un traguardo, raggiunto superando ostacoli economici, strutturali e logistici notevoli. La mancanza di infrastrutture adeguate nel continente rende infatti complessa la pratica degli sport invernali, spesso possibile solo attraverso allenamenti all’estero e il sostegno di federazioni straniere o sponsor privati.
Negli ultimi anni si osserva un interesse crescente, seppur limitato, verso queste discipline. La visibilità offerta dai media internazionali e dai social network ha contribuito a rendere più familiari gli sport invernali anche in contesti tradizionalmente lontani dalla neve. In alcuni Paesi sono nati progetti di avvicinamento allo sci su erba o su superfici artificiali, mentre le diaspore africane in Europa svolgono un ruolo chiave nella formazione dei futuri atleti.
Alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, aperte ufficialmente ieri con una cerimonia nello stadio di San Siro, sono presenti 14 atleti africani in rappresentanza di otto Paesi, nel solco di una tradizione silenziosa ma continua. Il Benin e la Guinea-Bissau – un debutto per entrambe – la Nigeria, il Kenya e l’Eritrea saranno rappresentati da un atleta ciascuno. Il Madagascar e il Marocco schiereranno due atleti ciascuno, mentre il Sudafrica avrà la delegazione più numerosa del continente, con cinque atleti.
Numeri che parlano di un aumento significativo rispetto a Pechino 2022, dove l’Africa era rappresentata da sei atleti provenienti da cinque nazioni: Ghana, Eritrea, Nigeria, Madagascar e Marocco. Nell’edizione di quest’anno, dieci degli atleti gareggeranno nello sci alpino, tre nello sci di fondo e uno ciascuno nello skeleton e nello sci freestyle.
Al di là dei risultati sportivi, la partecipazione del continente ai Giochi invernali resta una testimonianza concreta dell’universalità dello sport olimpico, capace di unire realtà geografiche e culturali profondamente diverse sotto un’unica bandiera.



