di Stefano Pancera
In soli 28 giorni IShowSpeed, ventunenne influencer afroamericano che conta 50 milioni di follower solo su YouTube, ha attraversato 20 Paesi africani con la camera accesa. Tra i giovani che lo idolatrano e quelli che invece lo considerano grottesco, il “fenomeno IShowSpeed” rivela contraddizioni profonde.
L’inquadratura oscilla dal cielo all’asfalto, un lampo di colore, poi si blocca su un volto aperto dalla curiosità. “Siamo qui!” grida IShowSpeed, con l’energia di una domenica del Super Bowl. In 28 giorni, tra fine dicembre 2025 e fine gennaio 2026, questo ventunenne influencer afroamericano di Cincinnati, Ohio – nato Derek Watkins, che conta 50 milioni di follower solo su YouTube – ha attraversato 20 Paesi africani con la camera accesa, trasformandoli in tempo reale in un set mobile da milioni di spettatori. Il suo valore economico è stimato da Forbes in 20 milioni di dollari, e Rolling Stone lo ha nominato creator più influente del 2025.
Quando si è tuffato in mezzo alla folla di Luanda per il primo streaming del suo tour africano, non stava solo accendendo una live: stava spalancando una finestra sulla più grande “operazione social” mai realizzata sul Continente. “Voglio mostrare al mondo cosa sia veramente l’Africa”, ha dichiarato durante la sua sosta in Sudafrica – dove ha imparato alcune mosse di danza amapiano e si è fatto graffiare da un ghepardo.
“IShowSpeed può distruggere in un mese un sacco di stereotipi tossici che le persone hanno sull’Africa”, dice un commentatore. Un altro parla di “occasione reale per far crescere il panafricanismo, costruendo comprensione invece che distanza”. Lo stesso IShowSpeed cavalca questa narrativa: “Ho fatto tante cose incredibili nella mia vita”, ha detto durante una tappa in Botswana. “Ma questo viaggio è diverso. Mi ha aperto gli occhi. L’Africa non è quello che pensavo”.

Con la sua video incursione non c’è dubbio che abbia contribuito a mostrare in modo diverso l’Africa a un pubblico globale e alla stessa diaspora africana, che raramente vede questi luoghi raccontati in tempo reale da un giovane protagonista nero. La forza del format sta proprio qui, nella presunta autenticità caotica.
Ma il format di caotico non aveva nulla, è stato piuttosto una grande produzione video: ogni scena è stata pianificata scrupolosamente, organizzata in ogni dettaglio. D’altronde un’attenta sceneggiatura è indispensabile per massimizzare l’impatto mediatico.
Il fenomeno IShowSpeed non è lineare né neutro ma è attraversato da contraddizioni profonde.
Se il video tour ha raccontato porzioni di continente che raramente bucano lo schermo globale, ha mostrato anche quanto sia sottile il confine tra racconto e marketing. Il suo stile urlato e fisico divide la Gen Z: molti lo idolatrano, altri – soprattutto online – lo considerano eccessivo o “grottesco”. In Algeria, una tappa del tour è degenerata in un episodio di ostilità nello stadio Nelson Mandela: alcuni ultras hanno lanciato acqua e oggetti verso di lui e verso la telecamera, rifiutando di essere filmati, e lo streamer ha deciso di lasciare l’impianto dicendo di non sentirsi benvenuto.
La visita di Speed in Kenya l’11 gennaio 2026 – sei mesi dopo che 31 ragazzi della Gen Z erano stati uccisi nelle proteste commemorative del primo anniversario della rivolta (un centinaio se contiamo anche quelli del 2024) – ha segnato il confine del racconto.

Il fatto che IShowSpeed abbia interagito con i ragazzi kenioti in modo puramente ludico – giocando a calcio, ballando, mostrando mercati e vita quotidiana – senza mai mostrare alcuna consapevolezza per il contesto delle proteste dei suoi coetanei, è stato visto da molti come una forma di ignoranza intenzionale verso le reali sofferenze del suo stesso pubblico. È quello che potremmo chiamare “arbitraggio dell’attenzione”. Gli attivisti di Nairobi non l’hanno accolta bene. In Nigeria invece è finito nel mirino di alcuni popolarissimi creator locali perché ha rifiutato collaborazioni e cameo con loro.
Internet non è mai stata un’esperienza uniforme. Il fenomeno IShowSpeed non si capisce chiedendosi se “fa bene” o “fa male” all’Africa. Forse si capisce osservando chi scompare fuori campo quando il “live” parte. Il giovane youtuber afroamericano si è fatto suo malgrado laboratorio politico. La sua Africa è al tempo stesso conquista e rischio: conquista perché sposta l’attenzione globale sulle vite quotidiane del continente, sui suoi quartieri, sulle sue contraddizioni urbane; rischio perché, senza una consapevolezza esplicita del contesto, la stessa videocamera che libera può anche legittimare, ripulire, sorvolare.
Dirette di ore, compresse in clip virali di trenta secondi che privilegiano il “momento wow” rispetto alla comprensione di realtà giovanili complesse: è davvero questa la narrazione che nasce dalla Gen Z?



