Gambella sotto assedio: la crisi invisibile nell’estremo ovest dell’Etiopia

di claudia

Di Martina Boaretto

In una terra dimenticata dall’Occidente risuonava solo l’eco degli spari: cronaca diretta da Gambella, Etiopia, dove un’escalation improvvisa ha riacceso l’odio etnico tra Anuak e Nuer portando a più di 300 morti.

A Gambella, regione dell’Etiopia occidentale al confine con il Sud Sudan, il 2026 è iniziato in modo differente: spari, coprifuoco e convogli militari. La situazione ha iniziato a precipitare domenica 7 dicembre, un giorno in apparenza uguale agli altri. L’innesco è stata quella che qui chiamano, con un ossimoro agghiacciante, una routine emergency: l’uccisione di due donne in pieno giorno. È tragicamente ironico che un’emergenza possa essere diventata di routine, talmente radicata nella quotidianità del territorio. Ma l’incidente di quel giorno non è stato archiviato come al solito: ha innescato un’escalation inaspettata che ha paralizzato la regione come non succedeva da almeno un decennio.

L’isolata regione etiope di Gambella vicino al confine con il Sud Sudan

Anuak e Nuer: una complicata convivenza

Per capire perché oggi qui si spara, bisogna guardare alla demografia e alla storia etnica di questa terra. La regione è abitata da circa mezzo milione di cittadini etiopi: quasi la metà appartiene all’etnia Nuer, mentre il resto si divide tra Anuak, Habesha (gli etiopi degli altipiani) e altre minoranze. Gli Anuak, pur essendo oggi in minoranza, si considerano i veri autoctoni di Gambella, essendosi stanziati qui per primi all’inizio dell’Ottocento, seguiti, qualche decennio dopo, dai Nuer.

Con la nascita del federalismo etnico, Addis Abeba ha tentato di dar rappresentanza ad entrambi i gruppi dividendo il territorio in Anuak Zone e Nuer Zone. La stessa Gambella Town è stata spartita etnicamente in quartieri: una sorta di Berlino in miniatura, dove il confine è una sottile linea continuamente rivendicata con le armi. L’intento era garantire riconoscimento e terre a tutti, ma il risultato è stato istituzionalizzare divisioni, rivendicazioni e conflitto.

La divisione amministrativa di Gambella in Anuak Zone e Nuer Zone (Fonte: Guyalo et al., 2022

A questo fragile equilibrio demografico si aggiunge un’ultima componente: quasi 400 mila rifugiati, in stragrande maggioranza sud-sudanesi di etnia Nuer, fuggiti dalla guerra civile esplosa nel 2013 e oggi ospitati nei sette campi profughi della regione. Il loro arrivo ha ulteriormente complicato il quadro: i cittadini etiopi, che vivono spesso in condizioni economiche altrettanto precarie, faticano ad accettare che i nuovi arrivati godano di razioni alimentari, istruzione e sanità gratuite.

Dietro le rivendicazioni identitarie c’è infatti una brutale competizione per le risorse: terra, accesso al fiume, acqua, legname, servizi pubblici. La segregazione è talmente radicata che persino l’assistenza umanitaria deve adattarsi alla geografia del conflitto: capita spesso, ad esempio, che il personale sanitario debba operare in entrambi gli ospedali della città, uno situato in area Anuak e l’altro in area Nuer, per mantenere una precaria neutralità e garantire cure a tutti. È in questo contesto che la competizione per la sopravvivenza si trasforma in odio etnico.

Sotto scorta: cronaca della prima settimana di routine emergency

L’incidente di quella domenica non è stato casuale: è avvenuto infatti nell’Itang Special Woreda, un distretto a statuto speciale gestito dal governo federale proprio perché epicentro della frattura etnica. Un tempo era terra Anuak; oggi è un limbo amministrativo dove convivono residenti Anuak, Nuer e habesha insieme a circa 240 mila rifugiati Nuer.

I luoghi protagonisti della crisi

La situazione è risultata tesa fin da subito: lunedì i convogli umanitari per i campi non sono partiti. Martedì mattina, confidando in una calma apparente, sono salita su una delle jeep per riprendere il mio lavoro di ricerca al campo di Nguenyyiel. Ma, arrivati a destinazione, tutto è precipitato: spari in centro a Gambella. L’ordine è stato quello di rifugiarsi immediatamente nel compound governativo di Tarpham.

Abbiamo aspettato per ore l’arrivo dell’esercito federale che avrebbe dovuto scortarci in città. Non è mai arrivato. I militari erano infatti impegnati su altri fronti: si registravano sparatorie a Gambella Town, nella cittadina di Abol e lungo l’Itang Corridor, la strada che collega il capoluogo ai campi, con scontri che non coinvolgevano solo civili ma anche le forze dell’ordine locali. Quel giorno anche un veicolo di una ONG e un’ambulanza sono stati attaccati lungo il percorso.

Costretti a passare la notte nel compound governativo, la tragicità della situazione ha lasciato spazio al surreale. Poco prima di arrivare al rifugio, un’operatrice ha deciso di comprare una gallina viva da un passante perché costava poco, dimenticandosela poi in auto per tutta la notte. La mattina dopo, miracolosamente, era ancora viva. L’assurdo ha toccato il picco poco dopo: mentre aspettavamo notizie sul convoglio, da un autobus è scesa una decina di ferenji (come veniamo chiamati noi bianchi in Etiopia): erano missionari russi. Hanno tirato fuori un pallone e iniziato a giocare a pallavolo come se nulla fosse, mentre a pochi chilometri si sparava.

L’esercito federale si è palesato solo l’indomani mattina. La scena del rientro era da film: una colonna di una cinquantina di fuoristrada bianchi delle ONG, scortati da jeep militari pesantemente armate. Lungo la strada del ritorno ho visto con i miei occhi i resti della macchina e dell’ambulanza attaccate il giorno precedente.

Il paradosso: ferenji e locals improvvisano una partita mentre a pochi chilometri si spara
Convoglio umanitario in attesa della scorta federale lungo l’Itang Corridor

Silenzio rotto dagli spari: una seconda settimana sotto assedio

Il rientro a Gambella è segnato dal coprifuoco: dopo le 7 di sera è vietato uscire e per tutta la settimana le ONG non possono raggiungere i campi. La tregua sembra arrivare una settimana dopo, quando il convoglio umanitario scortato riesce finalmente a ripartire. Sarei dovuta salire anche io su quel convoglio. Mi ha salvato la lungimiranza del responsabile che all’ultimo ha deciso di lasciarmi in ufficio “per vedere come va”. Non è andata bene. Alle 10 del mattino è infatti arrivata la notizia di una nuova sparatoria a Gambella: è stato ucciso un comandante della polizia locale. Gli operatori delle ONG partiti col convoglio sono rimasti bloccati nel compound federale per altri quattro giorni.

Io riesco a rientrare a casa dall’ufficio verso l’ora di pranzo e non ne uscirò fino a sabato. La città fuori è spettrale, sembra di essere tornati ai tempi del lockdown durante il Covid: un silenzio assordante interrotto solo da qualche raffica di mitra e dal passaggio di veicoli militari con un altoparlante che intima di evitare movimenti non necessari. Parcheggiati lungo la strada ci sono decine di camion carichi di cibo e beni di prima necessità destinati ai rifugiati, ora impossibilitati ad attraversare la città. Anche tra le mura domestiche la paura prende forme concrete: mercoledì e giovedì gli spari si fanno più vicini. Il padrone di casa non perde tempo: in dieci minuti fa abbattere un albero addossato al cancello, temendo che possa servire da scala per eventuali aggressori.

Le notizie che filtrano sono frammentarie e confuse: si parla di sparatorie in tutta la regione, della cittadina di Abol bruciata dai Nuer, del campo rifugiati di Jewi assaltato dagli Anuak, di civili in fuga verso la città. Per fermare l’emorragia, Addis Abeba invia forze speciali che disarmano la polizia locale, ormai considerata parte del problema.

Oggi a Gambella città sembra essere tornata una precaria normalità. I bajaj hanno ripreso a circolare, la gente è tornata in strada. Ma nessuno sa dire se sia pace vera o solo una pausa prima del prossimo round. Da pochi giorni sono ripartiti i convogli scortati per portare provviste, acqua pulita e cure mediche ai rifugiati, rimasti ormai a secco da un mese.

Il bilancio dei danni è un’incognita: si parla di oltre trecento morti e migliaia di nuovi sfollati, anche se mancano ancora comunicazioni ufficiali. Ma al di là dei numeri, resta l’amarezza per l’impotenza. La settimana prima che tutto precipitasse, un collaboratore Nuer al campo mi aveva proposto la sua personale soluzione al conflitto: “Il governo federale dovrebbe lasciare Anuak e Nuer combattere per un mese. Chi vince resta, chi perde se ne va”. È un paradosso crudele, quasi insopportabile: un rifugiato scappato da una guerra che ne invoca un’altra come unica via d’uscita. È tutto terribilmente contraddittorio. E, mentre il mondo torna alla vita di tutti i giorni dopo settimane di festa, qui a pagare il prezzo più alto rimangono i civili.

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