LAUNDRY di ZAMO MKHWANAZI (Sudafrica)
26 marzo | Cineteca Milano Arlecchino | 19:00
Ambientato nella Johannesburg del 1968, nel cuore del regime di apartheid, LAUNDRY, opera prima della regista sudafricana Zamo Mkhwanazi, racconta la storia di Khuthala, un giovane uomo cresciuto nella famiglia Sithole che gestisce una lavanderia in un quartiere ufficialmente riservato ai bianchi. Khuthala non sopporta l’idea di prendere in mano l’attività paterna: sogna di diventare musicista e di viaggiare per il mondo. Tuttavia, man mano che il governo intensifica la repressione contro le imprese di cittadini neri, la lavanderia, unica fonte di sostentamento e sicurezza per la sua famiglia, è sempre di più a rischio. Nel corso della narrazione, la tensione si eleva quando Khuthala stringe un legame con una cantante locale, che è anche l’amante di suo padre. Le pressioni esterne dell’apartheid e le tensioni interne alla famiglia lo costringono a confrontarsi con la dura realtà di dover scegliere tra il suo talento e i suoi sogni e l’urgente necessità di mantenere unita la sua famiglia. Laundry non è un film di ampio respiro storico: piuttosto, è un dramma di formazione intimista, che usa la lente personale di una famiglia per esplorare la quotidianità di chi viveva ai margini sotto il regime dell’apartheid.
La storia ruota attorno a piccoli momenti quotidiani che, nel loro insieme, rivelano l’erosione progressiva di spazio e dignità per le persone nere. La lavanderia stessa diventa un simbolo potente: un luogo che in teoria dà stabilità economica, ma che in pratica rappresenta un’illusione di libertà in una società che nega sistematicamente l’autonomia ai neri.
Oltre all’apartheid, il film è profondamente umano nelle sue relazioni: la tensione tra Khuthala e suo padre, le dinamiche con la donna che entrambi amano e il senso di responsabilità verso la madre e gli altri membri della famiglia sono temi che trascendono il contesto storico. La madre di Khuthala, Magda, decide consapevolmente di chiudere un occhio sulle relazioni del marito con la cantante Lilian che contribuisce anche alla musica del film, sapendo che è lui a mantenere a galla la famiglia. Il giovane e ingenuo Khuthala comincia a supplicare Lilian di poter entrare nella sua band e partire in tournée negli Stati Uniti, solo in parte inconsapevole delle complesse dinamiche, tanto personali quanto razziali.
Zamo Mkhwanazi dimostra una forte sensibilità visiva e narrativa: la Johannesburg degli anni ’60 è ricreata con cura, dalle strade polverose dai colori caldi agli interni della lavanderia, dai colori freddi, dove i macchinari diventano metafore di fatica, routine e speranza.
La narrazioneutilizza il lavaggio dei panni come metafora della “pulizia” morale. Mentre i personaggi lavano lo sporco visibile dai tessuti, emerge lo sporco invisibile della società: razzismo sistemico, povertà e disperazione.
La regia si sofferma sui dettagli meccanici: l’acqua che scorre, il girare vorticoso dei cestelli, il vapore. Questi elementi creano un senso di inevitabilità e ripetizione, simboleggiando il ciclo della povertà da cui i personaggi non riescono a uscire. Mi ha molto colpito la recitazione viscerale e l’uso del sonoro con il rumore industriale costante che aumenta l’ansia dello spettatore. Il film ha il grande pregio di introdurre e integrare il contesto storico senza che il film risulti mai didascalico.
Il finale devastante di Laundry non risulta mai immotivato né una scorciatoia a buon mercato, consegnando un esordio nel lungometraggio indimenticabile.
ZAMO MKHWANAZI ha presentato cortometraggi alla Directors’ Fortnight di Cannes e a Toronto, mentre Laundryè stato selezionato come work in progress per gli Atlas Workshops del Marrakech International Film Festival lo scorso dicembre. Ora ha appena festeggiato la sua première nella sezione Discovery del Festival di Toronto.


