Di Federico Pani – Centro Studi Amistades
Il Mondiale di calcio del 2026, l’evento sportivo più seguito al mondo, rischia di aprirsi sotto il segno dell’esclusione. Le restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti introdotte dall’amministrazione Trump, che colpiscono anche Senegal e Costa d’Avorio, potrebbero impedire a migliaia di tifosi di sostenere dal vivo le proprie nazionali durante la FIFA World Cup.
La Coppa del Mondo FIFA rappresenta da decenni un appuntamento planetario. Nel 2022 la finale tra Argentina e Francia ha raggiunto circa 1,5 miliardi di spettatori nel mondo, mentre la FIFA stima che nel corso dell’intero torneo quasi cinque miliardi di persone si siano sintonizzate almeno una volta. Con l’edizione del 2026, che si svolgerà tra Stati Uniti, Canada e Messico, con la partecipazione di ben 48 squadre, le cifre sono destinate a crescere ulteriormente. Secondo le previsioni FIFA oltre cinque milioni di tifosi assisteranno dall’11 giugno al 19 luglio alle 104 partite del torneo: una cifra che supererebbe il record di presenze in USA ’94, l’ultima volta che l’America ha ospitato la Coppa del Mondo.
Eppure, a cinque mesi dal calcio d’inizio, una delle questioni più rilevanti legate al torneo si gioca fuori dal campo. L’approccio restrittivo dell’amministrazione statunitense in materia di ingressi rischia di lasciare vuoti alcuni settori degli stadi. Il tema è particolarmente sensibile considerando il calendario. Il Senegal dovrebbe disputare alcune gare nel New Jersey, mentre la Costa d’Avorio è attesa a Filadelfia e Toronto. Tuttavia, per i tifosi colpiti dalle restrizioni, la questione non è lo stadio quanto la possibilità stessa di attraversare la frontiera statunitense visto che coloro che possiedono solo passaporti senegalesi rischiano di essere esclusi.

La vicenda evidenzia la frizione crescente tra le politiche migratorie statunitensi e l’idea di accessibilità globale che la FIFA associa al proprio evento di punta. I Mondiali, presentati come una celebrazione universale, si scontrano con sistemi di controllo delle frontiere che colpiscono in modo sproporzionato alcuni Paesi, soprattutto africani, alimentando frustrazione e incertezza tra i sostenitori. La disparità di trattamento appare evidente. I tifosi di molte nazionali partecipanti beneficiano del programma di esenzione dal visto (ESTA), che consente l’ingresso negli Stati Uniti per soggiorni turistici o d’affari fino a 90 giorni.
Anche questo regime, tuttavia, potrebbe diventare più stringente, con l’obbligo di fornire un numero crescente di informazioni personali al Dipartimento per la Sicurezza Interna. Per altri Paesi, come Senegal e Costa d’Avorio, la situazione è ben diversa. Entrambi figurano nell’elenco delle nazioni soggette a restrizioni parziali per l’ottenimento del visto statunitense. Le misure non riguardano calciatori, staff tecnici o dirigenti ufficialmente accreditati, ma non prevedono deroghe esplicite per i tifosi, lasciando nell’incertezza migliaia di persone intenzionate a seguire le partite dal vivo. Le misure restrittive non riguardano i calciatori, lo staff tecnico né i dirigenti ufficialmente accreditati per la Coppa del Mondo 2026, ma al momento non prevedono deroghe esplicite per i tifosi.
Di conseguenza, l’accesso agli Stati Uniti resta incerto per migliaia di sostenitori che vorrebbero seguire le partite dal vivo. Anche le organizzazioni per i diritti umani, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati e gli uffici per i diritti umani, hanno condannato i divieti e le restrizioni di viaggio. Daniel Norona, direttore dell’Advocacy per le Americhe di Amnesty International USA, ha criticato l’approccio dell’amministrazione statunitense e ha affermato che le politiche di Trump sono “l’antitesi” della Coppa del Mondo, sinonimo di apertura e accoglienza di persone da tutto il mondo.

Tra i tifosi prevalgono idee opposte: se alcuni, specie tra la diaspora senegalese e ivoriana presenti in Canada dimostrano spirito di entusiasmo per l’inizio del torneo, in altri inizia a circolare l’idea di boicottare il torneo (idea che secondo alcuni esponenti del calcio tedesco e francese anche i paesi europei dovrebbero prendere in considerazione delle mire di Trump sulla Groenlandia): “Se non veniamo accettati come tifosi, le nostre squadre non dovrebbero andarci e nemmeno noi come tifosi. Dovremmo boicottare e gli altri che ci sostengono dovrebbero boicottare con noi. Siamo la forza di queste competizioni. Senza spettatori, non c’è nessuno. Senza spettatori, non c’è sport, non c’è intrattenimento”, ha dichiarato un tifoso senegalese a DW.
In assenza di un cambiamento nelle politiche sui visti, i Mondiali del 2026 rischiano così di confermare una realtà già evidente: anche nello sport globale per eccellenza, l’accesso non è garantito a tutti. Per chi ha investito tempo, risorse ed energie per seguire la propria nazionale, la geopolitica continua a pesare più della passione calcistica.


