di Carlo Cerini – Medicus Mundi Italia
Nei villaggi più remoti della provincia di Inhambane, una tecnologia portatile consente diagnosi rapide e interventi tempestivi per le persone che vivono con HIV. Una ricerca conferma come i nuovi test effettuati direttamente sul campo rafforzino l’efficacia dei servizi sanitari nelle aree più isolate.
Vivi nel villaggio di Chilochi, nella provincia di Inhambane, nel cuore del Mozambico rurale. L’ospedale più vicino non è un vero ospedale, ma un centro di salute con qualche stanza dove si visitano i malati e si distribuiscono farmaci. Per raggiungerlo bisogna camminare tre ore. A volte la strada è piacevole: incontri qualcuno, scambi due parole, fai il pieno d’acqua prima di tornare. Ma quando hai la febbre alta, la pelle che brucia e dolori in tutto il corpo, ogni passo diventa una tortura. C’è una macchina, quella dell’ospedale, che ogni tanto — nessuno sa bene quando — arriva fino alla scuola di Chilochi. Da circa un anno, però, la sua presenza è diventata sorprendentemente regolare: una volta al mese, puntuale. È stato proprio in una di queste visite che, sapendo quanto l’HIV sia diffuso nella zona — e quanto abbia già portato via troppe persone — hai deciso di fare il test. Il risultato è stato positivo.

Attese estenuanti
Non ti senti gravemente malato. Sì, hai spesso delle ferite dolorose che vanno e vengono, ma ormai ti sei abituato. Dopo il test, gli infermieri ti hanno dato un flacone di pillole: una al giorno, sempre alla stessa ora. Ti hanno consegnato anche due sacchetti di plastica con altre compresse, bianche e rosse. Due bianche e una rossa ogni giorno. Quattro pastiglie al giorno, per uno che fino a quel momento non prendeva nulla. Ti hanno spiegato che ti sentirai meglio, più forte, e che quelle ferite spariranno. Ti hanno anche detto che se non segui bene la terapia, rischi di contagiare tua moglie e perfino i tuoi figli. Ma non è detto che la terapia funzioni. Per saperlo, devono analizzare il tuo sangue. Tre mesi fa ti hanno fatto un prelievo. Ma quando la macchina è tornata, ti hanno detto che ci vorrà ancora tempo per conoscere il risultato. Da allora continui a chiedere, ma nessuno ti dà risposte. L’ultima volta gli infermieri ti hanno persino trattato male: c’era troppa gente. E inizi a chiederti se ti stanno prendendo in giro. Forse hanno solo rubato un po’ del tuo sangue per farci chissà cosa. Questa è la realtà quotidiana per milioni di persone in Mozambico. Sono almeno due milioni e mezzo le persone che convivono con l’HIV, moltissime nelle aree più remote, come Chilochi.

Rapidità vitale
Qualcosa, però, sta cambiando. Da quando Medicus Mundi ha avviato il programma TARV-MÓVEL nella provincia di Inhambane, è stato possibile portare regolarmente i servizi essenziali per i pazienti sieropositivi in oltre 117 comunità rurali, andando incontro a difficoltà enormi, fatte di strade impraticabili, strutture assenti, stigma, disinformazione. Con il progetto REACH – Ricerca per un Equo Accesso e una Continuità di Cura per i pazienti HIV delle comunità remote, coordinato dall’Universitá di Brescia e supportato anche da Fondazione Museke, oggi più di 2.000 persone ricevono visite mediche e farmaci in luoghi decisi dalle stesse comunità. L’ iniziativa, finanziata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo attraverso il contributo del Fondo Globale per la lotta all’AIDS, alla tubercolosi e alla malaria, ha l’ambizioso obiettivo di disegnare strategie nuove per migliorare la qualitá di vita di queste popolazioni remote. Una delle innovazioni più promettenti è rappresentata dall’introduzione di una piccola macchina portatile, il POC (Point-of-Care), che consente di misurare la carica virale in poco più di un’ora. In Mozambico, solo pochi ospedali ne sono dotati. Con il POC, i pazienti ricevono il risultato il giorno stesso, e il personale sanitario può reagire subito: cambiare la terapia, indagare i motivi della scarsa efficacia, prevenire complicazioni. Nel frattempo, il metodo standard — il test DBS (dried blood spot) — richiede l’invio del campione a un laboratorio di biologia molecolare, situato nelle grandi città. Nei casi migliori, il referto arriva dopo settimane. Nei peggiori, il campione si perde. Senza il POC, passano in media quasi tre mesi tra il prelievo e il risultato. Troppo tempo, soprattutto per le donne incinte, per le quali è essenziale sapere se stanno trasmettendo il virus al feto.

Risultati sorprendenti
Uno studio recente ha misurato l’impatto del POC su oltre 200 pazienti. I numeri parlano chiaro: il 95% dei pazienti sottoposti al test con POC ha ricevuto il risultato, la maggior parte entro poche ore. Tra quelli che hanno usato il metodo tradizionale, invece, solo poco più della metà ha avuto una risposta. Senza il POC, passano in media quasi tre mesi tra il prelievo e il risultato. Troppo tempo, soprattutto per le donne incinte, per le quali è essenziale sapere se stanno trasmettendo il virus al feto. L’indagine ha mostrato anche che l’80% dei pazienti testati con POC aveva una carica virale non rilevabile: segno che la terapia funziona e blocca la replicazione del virus. Un dato curioso: l’età sembra incidere sulla probabilità di avere una carica virale fuori controllo, segnalando la necessità di monitorare con maggiore attenzione i pazienti più giovani. Infine, un dato sorprendente: il 92% dei pazienti rispetta le visite programmate. Una partecipazione altissima, se si considerano le difficoltà quotidiane, le distanze, la mancanza di mezzi di trasporto, la povertà. In un Paese dove le strade sono lunghe e dissestate, dove mancano ospedali e medici, dove la sanità sembra spesso lontana dalla vita reale delle persone, progetti come TARV-MÓVEL e tecnologie come il POC rappresentano molto più che un servizio sanitario. Sono un segno di fiducia, di dignità, di presenza concreta. Un modo per dire: non siete soli.




