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Edizione del 04/07/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

rivoluzioni

    CONTINENTE VERO

    Le rivoluzioni scippate dell’Africa

    di Tommaso Meo 4 Luglio 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Marco Trovato

    Giovani in rivolta, governi rovesciati. E sogni infranti. Dal Madagascar al Sudan passando per il Sahel e l’Egitto, le rivoluzioni nascono dal basso ma vengono puntualmente neutralizzate dall’alto. Il potere non torna mai davvero al popolo. La democrazia, se vuole durare, deve imparare a costruirsi

    Il copione si ripete, sempre uguale: sono i giovani a insorgere, sono le piazze a ribollire e a rovesciare i governanti, corrotti o incapaci. Ma l’epilogo, ogni volta, è lo stesso: da un presidente autoritario si passa a un colonnello in armi. Cambiano i volti e le uniformi, non la logica: chi sale al potere lo fa passando dai ranghi militari, non dalle urne. In Madagascar, lo scorso ottobre la rivolta è esplosa per mano di una generazione giovane e affamata di giustizia. A decine di migliaia hanno marciato, urlato, resistito. Chiedevano l’essenziale: acqua potabile, ospedali funzionanti, elettricità, un futuro dignitoso. Chiedevano lavoro e giustizia sociale. Alcuni hanno sfidato le pallottole e ci hanno rimesso la vita (almeno trenta le vittime accertate, centinaia i feriti). Alla fine, l’ex presidente Andry Rajoelina è stato costretto a fuggire, portato via da un elicottero con bandiera francese. Ma oggi sul trono di Antananarivo siede il colonnello Michael Randrianirina, che guida un governo di transizione con politici, accademici e imprenditori. Ha chiesto alla popolazione di avere pazienza, promettendo di “far uscire il Paese dalla crisi” prima di restituire la parola alle urne: il voto dei cittadini può attendere.

    È solo l’ennesimo capitolo di una lunga storia africana scritta con inchiostro militare. Dal 1950 a oggi sono oltre duecento i colpi di Stato che si contano nel continente. Nove soltanto negli ultimi tre anni. E la dinamica si ripete sempre identica: il popolo si ribella a un potere screditato, le piazze si infiammano, le speranze si accendono. Poi, all’improvviso, appaiono i generali. Scendono dai blindati, si presentano come salvatori della patria. Depongono il tiranno e si accomodano al suo posto. Annunciano elezioni, parlano di transizione, invocano l’unità nazionale. E alla fine, restano. Il sogno svanisce. Il potere, come al solito, non torna mai al popolo.

    Storia già vista…

    Il Sudan è stato uno dei primi a mostrarci come finisce la favola. Nel 2019, dopo mesi di proteste, Omar al-Bashir viene deposto. Le strade di Khartoum cantano libertà. Un’illusione. Pochi mesi dopo, il Consiglio militare prende il controllo del Paese. Si apre una fase di transizione incerta, si parla di governo misto. È solo fumo negli occhi. Nel 2021 i generali azzerano tutto: arrestano i leader civili, sciolgono il governo, spezzano ogni speranza. Poi inizia la guerra tra le fazioni armate, una lotta di potere feroce che ancora oggi insanguina il Paese e devasta le sue città.

    Nel Sahel lo scenario è simile, per quanto ancor più complesso. Mali, Burkina Faso, Niger: governi civili logori, incapaci di contrastare la povertà, la corruzione, il terrorismo jihadista. L’immobilismo diventa intollerabile, la gente scende in piazza. Ed è lì che arrivano i militari. S’impongono con il pugno duro e si autoproclamano garanti dell’ordine. Spesso vengono accolti come un male minore. Le promesse si ripetono: elezioni, riforme, sicurezza. Ma, mentre le urne restano vuote, le caserme si riempiono di potere. E la democrazia resta sospesa, come un progetto mai finito. L’Egitto ha fatto scuola. La rivoluzione del 2011 aveva acceso le speranze di tutto il mondo arabo. Via Mubarak, dentro la democrazia. Le prime elezioni portano alla guida del Paese Mohamed Morsi. Ma il sistema lo strangola: l’opposizione lo delegittima, l’economia affonda, gli occidentali – spaventati dall’ascesa islamista – iniziano a destabilizzare il processo. L’esercito non aspetta altro. Nel 2013, colpo di Stato. Il generale al-Sisi prende il comando, sospende la Costituzione, cancella la rivoluzione. È lo stesso al-Sisi che oggi viene accolto nei salotti diplomatici come uno statista, mediatore tra Israele, Palestina e Stati Uniti. È lo stesso che ha insabbiato l’omicidio di Giulio Regeni e schiacciato con violenza ogni forma di opposizione interna. L’Egitto torna così al punto di partenza, con un potere ancora più blindato, ancora più spietato.

    Democrazie malate

    Il motivo per cui le rivoluzioni vengono scippate è fin troppo chiaro. Il terreno su cui germoglia la rivolta è troppo fragile per reggere il peso del cambiamento. Le istituzioni civili sono deboli, talvolta inesistenti. I movimenti popolari sono generosi, e ben organizzati sul piano della mobilitazione ma non sufficientemente strutturati per raccogliere i risultati delle rivolte. I manifestanti sono ispirati da nobili ideali e da visioni ambiziose, mancano però strategie e leadership per gestire il potere. Il popolo scende in piazza con coraggio, ma senza strumenti per garantire una vera transizione. Così, il vuoto lo colmano i militari. Si presentano come arbitri neutri, ma sono giocatori che mirano al trono. E lo ottengono quasi sempre.

    Un militare dell’esercito del Madagascar cammina insieme ai manifestanti dopo il rifiuto di sparare sui civili, l’11 ottobre 2025. Foto: Luis Tato / Afp

    La contraddizione è profonda. In molte società africane si crede nella democrazia, ma si accettano i militari quando il sistema democratico fallisce. Il paradosso è fotografato bene dagli ultimi dati di Afrobarometer e Open Society: un africano su due considera l’intervento militare una soluzione accettabile in caso di crisi. Tra i giovani sotto i 35 anni, la sfiducia cresce. Per molti, il voto è diventato inutile. Meglio l’ordine garantito da un colonnello, che non la permanente confusione di un Parlamento corrotto. È un pensiero pericoloso, ma anche comprensibile, talvolta persino legittimo, di fronte al fallimento di troppi governi civili. I costi, però, sono altissimi. Dove una rivoluzione viene spenta o soffocata, non resta che il vuoto: promesse bruciate e speranza in cenere. I cittadini che avevano confidato nel cambiamento si ritrovano svuotati, traditi. La fiducia si sgretola assieme alla possibilità di credere ancora in un domani diverso. Cresce il cinismo, l’apatia. In alcuni casi, la rabbia si trasforma in radicalizzazione. In altri, in migrazione. In tutti, in rassegnazione. E il ciclo riparte. Nuove proteste, nuovi colpi di Stato, nuove giunte. La democrazia vera – partecipata, trasparente, giusta – resta sempre irraggiungibile. Una meta che si allontana ogni volta che sembra vicina.

    Noi, spettatori passivi?

    La comunità internazionale, da parte sua, spesso si limita a comunicati e dichiarazioni di circostanza. Chiede rispetto delle regole, invoca transizioni, condanna formalmente i golpe. Ma sul piano pratico resta inerte. Troppo cauta per esporsi, troppo compromessa per agire davvero. Così, nei fatti, tollera. E mentre la diplomazia vacilla, in molti Paesi africani il potere continua a restare nelle mani di chi ha le armi, non in quelle di chi ha le idee. Eppure, non tutto è perduto. Le rivoluzioni non muoiono con un colpo di Stato. Possono sopravvivere, se trovano rifugio nei luoghi dove ancora si pensa, si studia, si crea. Le università, i movimenti studenteschi, i media indipendenti, le reti civiche. Servono visioni politiche solide, capaci di andare oltre la rabbia. Serve sapere cosa accade il giorno dopo la caduta di un regime. Serve sapere chi guida, con quali garanzie, con quali obiettivi. A noi resta il compito di accompagnare, raccontare e sostenere i percorsi della società civile senza sostituirsi, senza pontificare. Perché la democrazia non si impone: si compone. Si costruisce con pazienza, giorno dopo giorno, dall’interno. Non nasce per decreto, ma da una volontà collettiva che prende forma nei gesti, nei legami, nelle scelte quotidiane. Solo così può durare e resistere. Il rischio più grande, in fondo, non è il golpe. È smettere di credere che si possa evitarlo.

    Questo servizio è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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    4 Luglio 2026 0 commentI
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