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Edizione del 28/02/2026

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Rivista Africa
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Orania

    FOCUS

    Make Orania Great Again

    di Tommaso Meo 28 Febbraio 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Stefano Pancera

    Il villaggio afrikaner nel cuore del Sudafrica vive secondo regole proprie: abitanti (bianchi) selezionati, lavoro interno e autogoverno culturale, un “fossile” dell’apartheid che resiste nel tempo

    Nel cuore geografico del Sudafrica, a poco meno di mille chilometri da Città del Capo, tra Durban e Johannesburg, c’è un luogo che non compare nelle proposte dei tour operator. Per arrivarci ci si lascia alle spalle l’idea di un’Africa meticcia e rumorosa e si entra in qualcosa che somiglia a una specie di fossile: una periferia americana degli anni Settanta, giardini curati, strade pulite, silenzio sospeso.

    Circa 3000 abitanti, tutti bianchi afrikaner: non è un caso, è una regola. Benvenuti a Orania. Se l’apartheid avesse lasciato un testamento, Orania ne sarebbe il lascito più ingombrante.

    Chi vuole abitare qui deve essere selezionato da un consiglio cittadino che gestisce il luogo per quello che è: una proprietà privata collettiva, posseduta e amministrata da una cooperativa afrikaner. Lo è, tecnicamente, dal 1991, quando un gruppo di attivisti e imprenditori afrikaner acquistò un’ex città in rovina nel nulla del Northern Cape, con l’obiettivo dichiarato di costruire una comunità chiusa. Orania funziona come un condominio con ambizioni di Stato: ha una sua bandiera, una sua stazione radio, una sua struttura politica interna e, dal 2004, una valuta locale ancorata al rand sudafricano e utilizzata come gettone di scambio all’interno della comunità.

    A differenza del resto del Sudafrica, dove la popolazione bianca ha storicamente fatto affidamento sulla manodopera nera a basso costo, a Orania vige una regola ferrea: il lavoro è esclusivamente interno. Dalla raccolta dei rifiuti ai lavori agricoli, dalla manutenzione stradale ai servizi di base, tutte le mansioni sono svolte solo da residenti bianchi afrikaner.

    Sul piano giuridico, chi compra una casa in realtà non acquista un immobile in senso classico, ma un pacchetto di azioni della società che gestisce il territorio, azioni che danno diritto d’uso su una specifica particella e sull’edificio costruito sopra. Non essendoci un normale atto di compravendita immobiliare registrato al catasto nazionale tra privati, ma un trasferimento di quote societarie, è la società stessa — e dunque la comunità — ad avere il potere legale di accettare o respingere ogni nuovo azionista, come accade in certi condomìni esclusivi di Manhattan.

    In pratica, se un cittadino sudafricano nero volesse “comprare casa” a Orania, dovrebbe prima passare da un colloquio vincolante con il Consiglio comunale. In quell’incontro, i selezionatori valutano il grado di adesione all’identità afrikaner e alla narrazione di comunità culturale: il criterio centrale è la preservazione della cultura. Anche se il candidato parlasse afrikaans alla perfezione e fosse calvinista praticante, il Consiglio può comunque negare l’ingresso nella società Share Block, dichiarando che «non è in linea con i fini e gli obiettivi della comunità».

    Negli anni in cui Nelson Mandela usciva dal carcere, dopo ventisette anni di detenzione, e il 68,7% dei bianchi sudafricani votava in un referendum per smantellare ufficialmente l’apartheid nel 1992, un gruppo di altri uomini bianchi comprava una città e ci piantava dentro il proprio sogno di purezza.

    L’idea stessa parte forse da una sola parola: assedio. L’ex regime dell’apartheid infatti la ripeteva come un mantra: «totale aanslag», assalto totale. Il nemico era ovunque e aveva molti volti: il militante dell’Anc, il sindacalista, il vicino nero, il comunista. Erano, nella narrazione del potere, quelli che volevano distruggere le famiglie bianche, bruciare i campi, cancellare una civiltà: da quella paura si costruì una giustificazione per tutto, per i confini, per le manganellate, per le celle di isolamento, per i corpi ritrovati nei fiumi. Più lo Stato si faceva brutale, più la minaccia sembrava reale: un circolo vizioso che si alimentava da solo.

    Sul piano pratico, in più occasioni — fino allo scontro diretto con Cyril Ramaphosa alla Casa Bianca nel maggio 2025 — Donald Trump ha rilanciato la fake news totalmente inventata del white genocide e di migliaia di agricoltori bianchi uccisi, mostrando video palesemente falsi e sostenendo che il governo nero incoraggiasse le violenze.

    A fronte di una retorica apocalittica sul presunto genocidio, il canale speciale aperto da Trump — status di rifugiati con procedura accelerata costruita su misura dalla Casa Bianca — è stato utilizzato in pratica solo da poche decine di persone, una goccia nel mare della popolazione afrikaner.

    Non è un caso che nella scorsa primavera una delegazione della cittadina abbia raggiunto Washington per incontrare think tank conservatori, influencer e politici repubblicani vicini al Presidente per cercare sostegno e investimenti al progetto di autogoverno afrikaner.

    L’obiettivo era ottenere una forma di riconoscimento per Orania come casa nazionale degli Afrikaner e attrarre capitali internazionali, più che aiuti diretti, per infrastrutture, edilizia ed energia. È qui che il fossile si fa contemporaneo. Perché quella stessa architettura mentale — siamo assediati, gli altri ci distruggono, solo l’esclusione ci salva — è tornata a circolare in molte democrazie occidentali, travestita di volta in volta da sicurezza, sovranità, identità.

    Orania in fondo è l’embrione della attuale promessa americana: se togliamo «gli altri», dagli immigrati ai gay, dai poveri di strada ai giovani maranza, allora sì che possiamo essere tranquilli. Make Orania Great Again.

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    28 Febbraio 2026 0 commentI
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