A oltre sessant’anni dai primi esperimenti nucleari francesi in Algeria, cresce la dicussione sui diritti e gli indennizzi per le vittime algerine, ma la questione resta controversa ed è ancora lontana da una soluzione condivisa. Secondo un articolo pubblicato sul quotidiano El Watan, la richiesta di risarcimenti per gli algerini esposti alle conseguenze delle esplosioni nel Sahara è al centro di un acceso dibattito politico e giuridico tra Algeria e Francia.
Tra il 1960 e il 1966 la Francia condusse 17 test nucleari nel Sahara algerino nel contesto della guerra fredda, lasciando sul terreno un’eredità di contaminazione e malattie che ancora oggi alimenta richieste di riconoscimento e assistenza sanitaria per i sopravvissuti e le loro famiglie.
Al cuore della disputa odierna c’è la questione di chi possa chiedere e ottenere risarcimenti: mentre il sistema francese di indennizzo, istituito con la legge Morin del 2010 e gestito dal Comitato di indennizzazione delle vittime degli esperimenti nucleari (Civen), ha finora riconosciuto quasi esclusivamente persone residenti in Francia, il numero di vittime algerine riconosciute è estremamente basso, con molte richieste respinte o non presentate per ragioni procedurali o di prescrizione.
Il governo algerino e la società civile chiedono la decontaminazione dei siti, il riconoscimento dei danni morali e sanitari e un meccanismo di riparazione che tenga conto della responsabilità storica francese, come previsto anche dal dibattito in corso sulla legge nazionale che qualifica la colonizzazione francese come “crimine di Stato”.
Il governo di Algeri sostiene che solo un accordo bilaterale chiaro e un dialogo politico rafforzato potranno portare a misure concrete di giustizia e compensazione, ma Parigi finora non ha cambiato significativamente la propria posizione sulle responsabilità dirette per gli effetti degli esperimenti in Algeria.


