di Annamaria Gallone
Anche nella 76ª edizione del Festival Internazionale di Berlino (12-22 febbraio 2026) il Cinema Africano ha trovato grande spazio con ben tre titoli che hanno gareggiato per l’Orso d’oro e diverse opere interessanti nelle sezioni collaterali, collezionando una serie di premi.
Alain Gomis uno dei registi più originali per le sue scelte narrative, ha presentato Dao, (una produzione Francia/Senegal/Guinea-Bissau), che intreccia due eventi speculari: un matrimonio festoso celebrato in Francia e una cerimonia commemorativa in Guinea-Bissau. Attraverso questi due momenti, Gomis esplora le radici di una famiglia divisa tra due mondi e il movimento circolare dell’eredità culturale. La natura del film è poco narrativa e piuttosto sensoriale e ha la capacità di catturare la bellezza dei piccoli spostamenti quotidiani tra Europa e Africa senza cadere nei cliché del cinema della diaspora.
Soumsoum, the Night of the Stars (una produzione Francia/Ciad), del ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, è ambientato in un villaggio del Ciad. La diciassettenne Kellou, che scopre di avere poteri soprannaturali che non riesce a comprendere. Il film segue la sua amicizia con un emarginato sociale e la tensione tra antiche cosmologie, tradizioni locali e religioni monoteiste. Haroun torna a Berlino con un’opera che celebra la “sorellanza femminile”. Il tono metafisico e il contrasto tra il realismo rurale e gli elementi magici confermano il regista come una delle voci più profonde del continente. Haroun è stato insignito del premio Fipresci della critica internazionale.
Whisper (A bassa voce) della regista tunisina di grande sensibilità e talento Leyla Bouzid, è un dramma intimo che funge anche da thriller psicologico. e che riesce a raccontare la Tunisia contemporanea attraverso il silenzio e ciò che non viene detto. Lilia torna in Tunisia da Parigi per risolvere il mistero della morte dello zio. Questo ritorno la costringe a confrontarsi con una famiglia che ignora la sua vita parigina e a gestire i segreti che riemergono dal passato. Notevole l’interpretazione dei protagonisti Eya Bouteraa e Hiam Abbass.
Nella sezione Panorama spicca Lady del debutante regista nigeriano Olive Nwosu, che segue due adolescenti a Lagos, Lady e Pinky, mentre sognano una vita migliore a Freetown. Lady lavora duramente e si prende cura dei suoi vicini anziani, cercando di fuggire da una società profondamente sciovinista. È un film visivamente vibrante, girato in colori neon che ricordano il cinema noir, ma ambientato nel cuore pulsante della Nigeria. La critica ha applaudito l’uso del Nigerian Pidgin e la capacità di evitare l’estetica del “realismo sociale” pietistico a favore di un tono più vibrante e moderno.
Nella sezione Forum il leggendario regista etiope Haile Gerima ha presentato un monumentale documentario, Black Lions – Roman Wolves, che ripercorre la vittoria dell’Etiopia sull’Italia nel 1896 e le successive lotte contro il colonialismo. Otto ore (531 minuti) per un’esperienza storica e visiva necessaria, un archivio vivente di giustizia e resistenza africana.
Arriva a Berlino dopo aver vinto il prestigioso Tiger Award a Rotterdam poco prima, il sudafricano Variations on a Theme di Jason Jacobs e Devon Delmar. Ouma Hettie, un’anziana pastora di capre nel Sudafrica rurale, viene coinvolta in una truffa legata a risarcimenti militari mai pagati per il servizio di suo padre nella Seconda Guerra Mondiale. È un film minimalista, fatto di inquadrature fisse e lunghi silenzi, che denuncia in modo potente le disuguaglianze storiche tra veterani neri e bianchi in Sudafrica.
Gael Kamilindi del Ruanda ha vinto il Teddy Award per il miglior cortometraggio con Taxi Moto. Allan Deberton con Gugu’wrld, una coproduzione Brasile/Africa, che tocca temi legati alla realtà africana, ha fatto incetta di premi nella sezione Generation Kplus, vincendo sia l’Orso di Cristallo che il Gran Premio della Giuria Internazionale. Sam Pollard ha ricevuto una menzione speciale per il documentario Tutu, dedicato alla figura dell’arcivescovo Desmond Tutu.
Inoltre sono stati presentati classici restaurati come Sad Song of Touha (Egitto, 1972) e The Dislocation of Amber (Sudan, 1975), sottolineando l’importanza della memoria storica cinematografica del continente e nella sezione Berlinale Special la documentarista Ruth Beckermann ha presentato Wax & Gold, girato ad Addis Abeba, che indaga l’eredità dell’imperatore Haile Selassiè attraverso uno sguardo occidentale e critico.
Nell’edizione appena conclusa della Berlinale – che ha dimostrato tutta la vitalità del Cinema Africano – non sono però mancate le (giuste) polemiche. La regista tunisina Kaouther Ben Hania ha simbolicamente rifiutato un premio per il suo film The Voice of Hind Rajab, dichiarando di non volerlo portare a casa finché non sarà perseguita la giustizia per le vittime civili a Gaza, mentre il presidente della giuria, Wim Wenders, è finito nel mirino della critica per aver affermato durante la conferenza stampa d’apertura che “il cinema dovrebbe stare fuori dalla politica”. Una posizione duramente contestata da registi e attivisti che considerano il cinema uno strumento intrinsecamente politico e che considerano colposo non aver menzionato il genocidio di Gaza.


