testo di Marco Trovato – foto di Luca Catalano Gonzaga
Uomini e donne si preparano a diventare ranger per proteggere la natura da bracconaggio, deforestazione e traffici illegali. Tra addestramento intenso, formazione tecnica e dialogo con le comunità locali, nasce una nuova generazione di custodi della foresta
L’aria è già pesante, densa di umidità, quando il sole si affaccia sopra le chiome degli alberi secolari: la vegetazione luccica di rugiada e i richiami degli uccelli tropicali si confondono col fruscio del fogliame. Nel cuore della Riserva speciale di Dzanga-Sangha, nell’estremo sud-ovest del Centrafrica, 42 aspiranti eco-ranger si preparano a una nuova giornata di formazione. In pochi minuti sistemano le brande, indossano l’uniforme, riempiono gli zaini, fanno colazione e si allineano sullo spiazzo di terra rossa del Centro di formazione di Kongana. Ogni mattina comincia con l’alzabandiera della Repubblica Centrafricana: un momento di disciplina, rigore e silenziosa solennità. Poi, l’addestramento.
Non soldati. Custodi
Li attende un programma severo e totalizzante, che non lascia spazio all’improvvisazione, con l’obiettivo di imparare ad adattarsi a un ambiente difficile in ogni circostanza: chilometri di marcia su sentieri tortuosi, prove per migliorare e rafforzare le proprie capacità morali e fisiche, esercitazioni di pattugliamento e osservazione, simulazioni di primo soccorso, arresti, orientamento con la bussola e il Gps, utilizzo della radio e di comunicatori satellitari per permettere di essere localizzati e trasmettere messaggi scritti. «Non insegniamo solo a muoversi nella foresta», chiarisce Gino, ex militare dell’esercito francese con radici italiane, oggi dedito alla conservazione ambientale. «Prima di tutto formiamo consapevolezza: responsabilità, spirito di squadra, fiducia reciproca. La protezione della natura comincia da qui». Gino riveste il ruolo di consulente tecnico nella riserva per conto di Chengeta Wildlife, l’organizzazione internazionale che forma guardie forestali e fornisce supporto a diverse ong impegnate nella conservazione e preservazione della fauna selvatica in Africa e in America Latina. «Chengeta ha le sue origini nelle regioni shona dello Zimbabwe», chiarisce. «Si ritiene che il nome derivi dalla parola shona chengeta, che significa “custodire”, “prendersi cura di”». Un nome impegnativo, una missione da onorare.

La Riserva forestale di Dzanga-Sangha si estende su 6.865 km² – una superficie doppia della Valle d’Aosta – tra Camerun e Congo, ed è oggi Patrimonio dell’Umanità Unesco. Un mosaico di foreste primarie, radure fangose, paludi e corsi d’acqua che costituisce uno degli ecosistemi più ricchi e meglio conservati dell’Africa centrale. Gli elefanti di foresta, più piccoli e timidi di quelli della savana, si danno appuntamento in spiazzi fangosi chiamati bai per bere e socializzare. I gorilla di pianura occidentali, a rischio critico di estinzione, si aggirano tra le liane. Ippopotami e coccodrilli abitano il fiume Sangha, mentre nei cieli si librano turachi, buceri, aquile pescatrici e altri rapaci. Abitano quest’area straordinaria, ancora in parte inesplorata dagli scienziati, oltre 1.200 specie vegetali e centinaia di animali. Ma in questa abbondanza si cela una continua lotta per l’equilibrio. Il bracconaggio, la deforestazione, i traffici illegali minacciano quotidianamente questa fragile armonia. È per contrastare queste pressioni che nascono le guardie ecologiche di Dzanga-Sangha. Non soldati, ma sentinelle e custodi. Non eroi, ma uomini e donne che hanno scelto di difendere la foresta, a costo di sacrifici personali.

Tre mesi intensivi
Tra la radura salina di Dzanga Bai – celebre per le centinaia di elefanti che vi si radunano – e sentieri ombrosi nascosti sotto un tetto vegetale alto più di quaranta metri, inizia il vero battesimo della giungla. Le aspiranti guardie ambientali marciano compatte, fucile a tracolla e zaino pesante. A ogni sosta, un istruttore di Chengeta li mette alla prova: interventi simulati su feriti, comunicazioni d’emergenza, evacuazioni sotto stress. Il sole implacabile brucia le pelli, la fanghiglia rallenta i movimenti, ma è proprio nello sforzo che si forgia la resistenza mentale, la disciplina, il sangue freddo necessario per agire sotto pressione.
Il programma di formazione dura tre mesi e alterna campo e aula. Oltre alle prove fisiche, gli allievi studiano diritto ambientale, etica professionale, topografia, uso del Gps e gestione del territorio. Si allenano anche a interagire con le comunità locali, imparando a essere non solo guardie armate ma anche educatori, ambasciatori, mediatori culturali. Un approccio multidisciplinare pensato per affrontare le sfide ambientali e sociali che ogni giorno si presentano in uno dei territori più complessi del continente. Le esercitazioni sono serrate. I pattugliamenti simulati attraverso una fitta vegetazione, sotto una pioggia improvvisa o tra i rami gocciolanti della nebbia mattutina, mettono alla prova nervi e muscoli. Le reclute corrono con l’equipaggiamento completo, attraversano radure fangose, superano ostacoli naturali, apprendono a leggere le tracce e a muoversi silenziosamente. La cooperazione è centrale: ogni esercizio è un banco di prova per la fiducia e la coordinazione. L’autodisciplina è il fondamento. Ogni movimento, ogni comando, ogni gesto – da ripetizione meccanica – si trasforma in riflesso istintivo, automatico, indispensabile in situazioni di pericolo reale.

Storie di riscatto
Molti dei candidati vengono dai villaggi di questo lembo remoto della Repubblica Centrafricana. Alcuni non hanno mai frequentato la scuola, altri hanno un passato difficile, segnato dalla povertà o da esperienze traumatiche. «Alcuni dei migliori allievi non sapevano leggere o scrivere, parlavano solo sango», raccontano Gino e gli istruttori di Chengeta. «Ma sono motivati. Capiscono che questa è un’occasione concreta di riscatto personale e familiare». Il lavoro di guardie ambientali offre uno stipendio regolare – un’eccezione in un Paese dove l’80% dei giovani è disoccupato – e porta con sé status, rispetto e un ruolo chiave nella comunità. Una volta formati, questi uomini e donne diventano veri e propri punti di riferimento per le loro famiglie e i loro villaggi.
Tra i 42 candidati, tre sono donne. «Non abbastanza, ce ne vorrebbero di più», commenta Gino. «Le donne sono tra le più resistenti, determinate e rispettate… Nel nostro lavoro, più del passato conta la volontà di crescere, apprendere, adattarsi». Chi parte da zero può diventare caposquadra, guadagnare bonus, ottenere riconoscimenti. «Uno dei nostri ranger migliori, oggi caposquadra, è figlio di un ex bracconiere che ha fermato la sua attività illegale quando suo figlio è diventato un eco-guardia. L’anno scorso è stato nominato “miglior ranger d’Africa” dall’Associazione delle guardie forestali africane e dal comitato degli African Conservation Awards. È diventato un punto di riferimento tra le altre guardie forestali e un motivo di orgoglio nazionale. Una scelta può cambiare un destino». Le storie personali dei ranger sono storie di trasformazione, che dimostrano come la conservazione ambientale possa avere un impatto profondo anche a livello umano.

contrasto al bracconaggio: orientamento, tracciamento e sorveglianza del territorio
Missione inclusiva
Gino, oggi impegnato nelle Aree protette di Dzanga-Sangha, ha operato in contesti africani molto più instabili: in Benin nel Parco W minacciato dai gruppi jihadisti provenienti dal Burkina Faso, in Ciad nella Riserva naturale e culturale dell’Ennedi, nel Parco Virunga nel Nord Kivu, lungo il fragile confine tra Repubblica Democratica del Congo, Rwanda e Uganda e nel Parco Nazionale Kahuzi-Biega, sempre in Congo, nel Sud Kivu, al confine con il Rwanda. «Qui la situazione è decisamente più tranquilla», ammette, «ma il bracconaggio resta una minaccia costante. Gli elefanti sono i bersagli principali, uccisi per le loro zanne». I gruppi più pericolosi arrivano dal Camerun o dal Congo: ben armati, spesso con AK-47, e collegati a reti criminali organizzate. Nel 2024, sono state documentate almeno cinque carcasse di elefanti colpiti da armi da guerra. Un bracconiere è stato condannato a sei anni di carcere e a una multa di 500.000 franchi Cfa – cifra significativa in questa regione. «Ma si tratta di una condanna molto debole», ritiene Gino, «se confrontata ai danni causati alla fauna selvatica, dato che un elefante ha un periodo di gestazione di 22 mesi e in genere un parto avviene ogni 4 o 5 anni».

fondamentali dell’addestramento.
Tuttavia la maggior parte degli episodi riguarda la caccia di sussistenza: trappole, fucili rudimentali, piccole quantità di carne selvatica destinate ai mercati locali. «La conservazione non funziona senza il coinvolgimento diretto delle comunità», sottolinea Gino. A Dzanga-Sangha vivono i Baka, cacciatori-raccoglitori tradizionalmente legati alla foresta. Alcuni lavorano oggi come guide o guardie forestali. «Non possiamo imporre regole senza ascolto e collaborazione. I Baka conoscono la foresta meglio di chiunque: sanno leggere le tracce, orientarsi nel fitto, cogliere segnali invisibili agli altri. Quando li includiamo nel processo, diventano partner fondamentali». La loro caccia, spiega, è legata alla sussistenza e alla cultura, non al commercio illegale. «Non vanno a caccia di elefanti per lucro. Per loro, la foresta è ancora una risorsa vitale, non un business». Intorno al parco stanno crescendo iniziative concrete: progetti di ecoturismo, scuole, cooperative artigianali, un impianto solare per l’illuminazione del villaggio di Bayanga.
«Un passo alla volta, assieme»
«In passato, le guardie della riserva venivano percepite come una forza estranea, se non ostile. Ma con il tempo abbiamo costruito fiducia. Oggi, in molti li vedono come garanti di sicurezza e stabilità». Grazie a workshop e programmi di sensibilizzazione, cresce la consapevolezza che proteggere la fauna può generare reddito e opportunità. Più turisti significa più lavoro, più servizi, più entrate per le famiglie. Le guardie forestali non sono più soltanto sentinelle armate: diventano punti di riferimento, mediatori tra conservazione e sviluppo. «Il nostro obiettivo», conclude Gino, «è costruire un modello di sviluppo che non sfrutti il territorio, ma lo valorizzi. Che non escluda, ma coinvolga. Perché solo così la foresta potrà davvero durare».

recupero.
Accanto alle attività di sensibilizzazione proseguono gli sforzi per proteggere la riserva dalle minacce. Le pattuglie si spingono per giorni nella foresta, dormono in accampamenti improvvisati, cucinano con il minimo, registrano ogni segno, tracciano ogni sospetto. Ogni squadra controlla una porzione di territorio. Una sala operativa centrale coordina le attività con Earth Ranger, un dispositivo che segnala intrusioni e fornisce informazioni in tempo reale su violazioni o bracconaggio. Ciò consente di coordinare gli interventi da remoto. Inoltre, l’utilizzo di uno speciale software permette di elaborare i dati raccolti durante i pattugliamenti. «Il nostro nemico non è solo il bracconiere armato o quello che diffonde micidiali trappole. È anche la povertà, la mancanza di alternative. Per questo la nostra missione ha una dimensione sociale». Al calare del sole, le guardie forestali tornano alla base. Il volto coperto di fango, segnato dalla fatica, ma gli occhi accesi. Si siedono intorno al fuoco, condividono pane, storie, canti in sango. La foresta, intorno, si riaccende di suoni: insetti, richiami lontani, fruscii tra le foglie. Domani riprenderanno l’addestramento. Ancora marce, prove, simulazioni. Ma anche studio, ascolto, confronto con le comunità. Ogni giorno imparano qualcosa di nuovo: su di sé, sulla foresta, sugli altri. Diventare guardia ambientale non è solo un lavoro. Per molti è una possibilità concreta di costruirsi un futuro e di dare un contributo reale alla propria terra. Un passo alla volta, nel cuore verde e palpitante dell’Africa equatoriale.
Questo reportage è parte del progetto fotografico Wildlife and Community Survival, un’indagine visiva sulla profonda connessione tra popolazioni locali, animali e ambiente. L’iniziativa è promossa dall’associazione Witness Image, con il sostegno della Fondazione Nando ed Elsa Peretti
Questo articolo è uscito sul numero 6/2025 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.


