di Céline Camoin
Colonialismo criminale: con questo termine il nuovo rapporto Criminal colonialism: European organised crime in Africa, pubblicato da Enact denuncia un sistema in atto che coinvolge il continente africano non più solo come zona di transito dell’economia criminale, ma come pilastro.
Oggi il continente africano non è più solo una zona di transito, ma un pilastro fondamentale dell’economia criminale globale per gruppi italiani, balcanici ed est-europei. Questi attori sfruttano le fragilità istituzionali, ereditate dal passato coloniale, per operare con un grado di impunità spesso superiore a quello europeo. Lo denuncia il rapporto Criminal colonialism: European organised crime in Africa, pubblicato da Enact (Enhancing Africa’s response to transnational organised crime) nel dicembre 2025, delineando un quadro allarmante in cui la criminalità organizzata europea ha trasformato l’Africa in un hub strategico a basso rischio per i propri traffici.
Il rapporto introduce il concetto di “colonialismo criminale”. Mentre in passato il potere era esercitato da Stati sovrani, oggi le organizzazioni criminali agiscono come nuove potenze estrattive che minano la sovranità degli stati africani. Questa dinamica è alimentata da una “politica transazionale” dove le élite locali facilitano l’accesso ai mercati illeciti in cambio di rendite personali.

Il rapporto identifica quattro funzioni principali svolte dall’Africa per le mafie europee. Al primo posto, hub logistico per la cocaina: l’Africa occidentale è diventata il “corridoio della cocaina”, dove la ‘Ndrangheta e i gruppi albanesi coordinano spedizioni massicce verso l’Europa in collaborazione con i cartelli latinoamericani. L’Africa è anche un centro di riciclaggio: i settori dell’oro, dell’edilizia e della ristorazione (specialmente in Costa d’Avorio e Sudafrica) sono canali primari per pulire i proventi illeciti. Si registra un flusso inverso di beni illeciti dall’Europa all’Africa, tra cui droghe sintetiche (come l’ecstasy e i componenti del kush), rifiuti tossici e veicoli rubati. Infine, l’Africa è diventata rifugio per latitanti: Paesi come Sudafrica, Kenya e Sierra Leone sono utilizzati come porti sicuri da boss in fuga, i quali spesso ottengono protezione ufficiale attraverso la corruzione di alti funzionari.
Nonostante la gravità del fenomeno, la capacità di intelligence europea in Africa rimane insufficiente e la cooperazione con le autorità locali è spesso ostacolata dalla lentezza burocratica o dalla corruzione. Anche se nascondersi nell’era digitale è più difficile, i criminali europei continuano a sfruttare le proprie risorse finanziarie per comprare protezione e persino “vantarsi” sui social media della propria latitanza.

Reti albanesi e serbe sono sempre più dominanti, specialmente nel traffico di cocaina in Senegal e Guinea. In Sudafrica, la violenza tra gruppi serbi e bulgari ha portato a una serie di omicidi eccellenti per il controllo dei mercati locali.
Le reti criminali italiane giocano un ruolo importante. In Africa orientale, la criminalità organizzata italiana è stata collegata al traffico di cocaina e, in misura minore, di eroina in Kenya e Zanzibar. La presenza italiana a Zanzibar iniziò alla fine degli anni Novanta, quando la mafia si trasferì da Mombasa dopo la crescente attenzione delle forze dell’ordine statunitensi e iniziò a utilizzare il porto dell’isola per le spedizioni di eroina e cocaina. Ben presto, l’isola divenne un importante punto di ingresso per la droga in Africa orientale e vide un aumento del consumo di sostanze stupefacenti a livello locale. Il coinvolgimento della criminalità italiana sembra riguardare principalmente le spedizioni di transito, gestite in collaborazione con la criminalità organizzata nigeriana, piuttosto che la vendita al dettaglio.
La ‘Ndrangheta mantiene una presenza stabile e strutturata in Costa d’Avorio, investendo in settori legali per riciclare denaro. In Sudafrica, figure legate a Cosa Nostra hanno storicamente influenzato il mercato del riciclaggio. I gruppi criminali organizzati spagnoli e italiani hanno svolto un ruolo importante nel trasporto e nella commercializzazione della resina di cannabis marocchina in Europa. La Camorra e la ‘Ndrangheta sono coinvolte in questo commercio, così come nel traffico di cocaina dal Marocco all’Italia. Le indagini italiane hanno anche identificato legami tra organizzazioni criminali marocchine e reti italiane più piccole, come la Nuova Camorra Organizzata in Campania e la Quarta Mafia Foggiana in Puglia. In questi rapporti, i gruppi marocchini coinvolti mantengono una certa presenza in Italia. Il Nord Africa è anche una base per i latitanti, in particolare per gli italiani.
Il progetto Enact è implementato dall’Institute for Security Studies (Iss), in collaborazione con Interpol e la Global Initiative Against Transnational Organized Crime (Gi-Toc).



