Guinea Bissau, il narcostato traballa ancora

di claudia
cocaina

di Andrea Spinelli Barrile

L’economia della cocaina è legata a doppio filo alla politica machiavellica della Guinea Bissau, il piccolo stato dell’Africa occidentale che in queste ore sta assistendo allennesimo colpo di Stato. Nella storia recente del Paese, gli scoppi di violenza sono sempre stati strettamente correlati ai momenti di instabilità politica e, guardando alle cronache di quest’estate, viene da pensare che i presupposti per l’attuale situazione c’erano tutti.

Il 23 luglio il corpo di un uomo era stato trovato da alcuni pescatori sulle rive del fiume Mansoa, vicino a João Landim, una città nei pressi di Bissau. Tre giorni dopo, la famiglia della vittima aveva confermato che il corpo era quello di Tano Bari, un membro importante della guardia presidenziale della Guinea Bissau. In quei giorni, Bissau era in fermento: un cittadino colombiano era stato colpito a una gamba, ed evacuato in Spagna, da un sicario inviato da Danilson Fernandes Gomes Ié, noto a Bissau come “Nick”, uno dei narcotrafficanti più importanti del Paese. Nei giorni successivi il tentativo di omicidio, secondo un report della Global initiative against transnational organized crime, il prezzo all’ingrosso della cocaina a Bissau era crollato, da 10-16.000 euro al chilo a 7.000 euro al chilo.

Potrebbero essere due fatti scollegati tra loro. Ma in un narcostato nulla accade per caso e, allo stesso modo, nessun morto ammazzato è casuale: nelle settimane successive all’omicidio di Bari e al tentato omicidio del colombiano, si sono verificati due rimpasti che hanno coinvolto alte cariche governative: la sostituzione del procuratore generale del Paese e del primo ministro. Contemporaneamente, si sono intensificate le pressioni contro la stampa, proprio mentre iniziava la campagna elettorale.

La tensione politica, in questo 2025, si è cristallizzata attorno alla data di scadenza del mandato presidenziale: il 23 febbraio, alla presenza di tutta la missione internazionale della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, il presidente Embaló ha fissato unilateralmente le elezioni presidenziali per il 30 novembre spiegando di avere intenzione di rimanere al potere fino all’insediamento del suo successore. Questa posizione contraddice, secondo Ecowas e l’opposizione, la Costituzione e il diritto della Guinea Bissau. La Corte suprema del Paese aveva fissato la fine del suo mandato al 4 settembre. Si tratta di elementi apparentemente slegati tra loro ma che, messi in fila e osservati in virtù degli eventi delle ultime ore e della storia politica della Guinea Bissau, hanno una possibile relazione. Il fiorente mercato della coca e la necessità di finanziamenti per la campagna elettorale presidenziale, o per la politica in generale, sono due elementi in stretta correlazione tra loro.

Nella dichiarazione letta ieri pomeriggio dai militari golpisti a Bissau si spiega che la loro è “una reazione alla scoperta di un piano in corso per destabilizzare il Paese” orchestrato da “alcuni politici nazionali con la partecipazione di noti signori della droga nazionali e stranieri” e il cui scopo ultimo era “manipolare i risultati elettorali”. Nelle ore successive al voto, Fernando Dias si è autoproclamato vincitore, una dichiarazione cui è seguita quasi subito quella del partito attualmente in maggioranza, di Embalò, che a sua volta ha rivendicato la vittoria. Seguendo la logica proposta dai militari golpisti, l’annuncio di Dias può dimostrare che potrebbe essere lui “il candidato prescelto” dai baroni del narcotraffico ma, allo stesso modo, può dimostrare ciò che sostengono i sostenitori di Dias, ovvero che si tratti di un golpe organizzato dall’attuale regime al potere per poter restare in sella. La terza ipotesi è che sia un vero golpe, una presa del potere dei militari per mettere a margine la politica inefficiente. Il contesto, però, è comune a tutti e tre gli scenari: quello in cui gli interessi nel mercato della cocaina continuano a creare alleanze all’interno dell’élite politico-militare della Guinea Bissau e ad alimentare l’instabilità politica.

Il mercato della cocaina è un mostro con più braccia, capace di essere allo stesso tempo il collante e l’elemento critico dello stato bissauense, l’elemento che tiene assieme una politica litigiosa e la miccia che può fare esplodere l’ennesima crisi. Un potere che va oltre, sopra e di lato, a quello dello Stato.

In ogni caso, l’Italia un ruolo molto importante in tutto questo. Nel 2023, la Dda di Catanzaro ha chiuso un’inchiesta, chiamata Gentleman2, che ha disarticolato un traffico di armi e cocaina diretti dall’America latina verso la Sibaritide, passando attraverso la Guinea Bissau: nell’inchiesta emerge il nome di Melem Bacai Sahna Jr, noto come Bacaizinho, esponente del Paigc (Partito africano per l’indipendenza di Guinea e Capo Verde) e figlio omonimo di genitore illustre, l’ex-presidente della Repubblica del piccolo Stato dell’Africa occidentale tra il 2009 e il 2012, che avrebbe offerto a Claudio Franco Cardamone, punto di riferimento in Germania della cosca di Sibari, il privilegio dei suoi canali diplomatici per importare cocaina dall’America latina all’Europa. Per capire quanto stretto sia il legame tra politica e narcotraffico in Guinea Bissau bisogna però studiare le carte di diversi inquirenti in diverse parti del mondo: secondo quanto emerso dalle indagini dell’Fbi, Melem Bacai Sahna jr intendeva utilizzare i proventi dei suoi affari, in traffico di cocaina ma anche di petrolio a quanto pare, per finanziare le sue ambizioni di diventare presidente della Guinea Bissau attraverso un colpo di Stato, venendo condannato per questo da un tribunale del Texas a sei anni e mezzo, l’anno scorso. Arrestato in Tanzania ed estradato negli Usa, Bacaizinho ha ammesso le sue responsabilità ed è poi stato ri-estradato in Guinea Bissau. Secondo i verbali americani, ha più volte riferito agli agenti sotto copertura della Dea di essere stato personalmente coinvolto nel tentativo di colpo di Stato del 2022 e di aspirare un giorno ad assumere la presidenza della Guinea Bissau per instaurarvi un regime della droga, ammettendo di aver fornito fondi del narcotraffico ai golpisti per finanziare questo tentativo, andato male all’epoca, di colpo di Stato.

Ci sono diverse relazioni della Direzione investigativa antimafia che, dal 2020, indicano che la Guinea Bissau (ma anche la Costa d’Avorio e il Ghana) è ancora oggi un polo logistico sempre più importante per il traffico di droga. “Il traffico di droga prospera perché gode della complicità di figure dello Stato e dell’apparato di sicurezza. Militari fermati con ingenti quantità di droga, collaboratori del presidente coinvolti in traffici, uomini della scorta presidenziale morti in circostanze misteriose, nessuna indagine indipendente” scrive ad Africa Rivista una fonte bissauense. A Lavialibera, Angela Me, responsabile della divisione di ricerca e analisi dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc), ha spiegato che “l’Africa occidentale ha iniziato a essere un luogo di transito per il traffico internazionale di droga all’inizio degli anni 2000. Poi, pur non cessando di esistere, la rotta ha gradualmente perso centralità. Almeno fino agli ultimi anni, quando è tornata alla ribalta, come suggeriscono i sequestri record effettuati tra il 2019 e l’inizio del 2021”. Secondo il Global report on cocaine 2023, un rapporto stilato ogni anno dall’Unodc, nel periodo 2019-21 i sequestri di droga in Africa sono aumentati di quasi il 400% rispetto al periodo 2016-18. e se si considera che nel 2020 il mondo è stato praticamente bloccato dalla pandemia, si ha un’idea del ritmo di crescita dei traffici.

cocaina

Ma come arriva in Africa la montagna di cocaina che poi viaggia verso l’Europa? “La distanza dalla punta più orientale del Brasile ai porti di Capo Verde o alla Guinea Bissau è di circa tremila chilometri, e si tratta di Paesi di lingua portoghese, come il Paese sudamericano” disse ancora Angela Me ad Africa Rivista: “Vicinanza geografica e affinità culturale e linguistica hanno rappresentato una facilitazione per le reti criminali e per i loro traffici. che oggi sono molto business oriented, gestiti come una filiera commerciale ben organizzata”. Una filiera in cui ha un ruolo anche la mafia nigeriana, che gestisce alcune delle rotte verso l’Ue, dove si arriva via mare attraverso mercantili o via terra. In questo secondo caso, i gruppi armati jihadisti che operano nel Sahel si sono limitati finora a “tassare” i carichi diretti a nord.

Condividi

Altre letture correlate: