di Valentina Giulia Milani
Mentre i dati su sifilide ed epatite B restano allarmanti, il successo del Botswana funge da modello per tutto il continente. In Uganda, i leader africani cercano la via per garantire a ogni bambino il diritto di nascere sano, con l’obiettivo di azzerare la trasmissione madre-figlio.
È in corso a Kampala, capitale dell’Uganda, la prima conferenza africana di alto livello dedicata alla tripla eliminazione della trasmissione madre-figlio di Hiv, sifilide ed epatite B. L’evento – che ha preso il via il 21 luglio e si concluderà oggi – riunisce esperti di salute pubblica, rappresentanti istituzionali e ricercatori da tutto il continente con l’obiettivo di definire strategie condivise per fermare il contagio verticale entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, ma cruciale per la salute materno-infantile in Africa, dove queste tre infezioni continuano a incidere pesantemente sulla mortalità neonatale e sulla qualità della vita.
La trasmissione madre-figlio – detta anche trasmissione verticale – avviene durante la gravidanza, il parto o l’allattamento. È una delle principali vie di contagio dell’Hiv nei bambini e, nel caso della sifilide e dell’epatite B, può provocare conseguenze devastanti, tra cui malformazioni, epatopatie gravi e morte neonatale. Secondo i dati presentati dal ministro della Salute ugandese Ruth Aceng, l’Africa conta oggi circa 26,3 milioni di persone che vivono con l’Hiv, pari al 65% del totale mondiale. A fronte di progressi nei programmi di prevenzione e trattamento, le nuove infezioni infantili non sono ancora state eradicate. Per la sifilide congenita, i numeri sono in allarmante aumento: 8 milioni gli adulti infetti, 700.000 i casi congeniti e circa 230.000 i decessi ogni anno. Solo Botswana e Namibia sono al momento in linea con gli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’eliminazione della trasmissione madre-figlio.
Anche l’epatite B rappresenta un’emergenza cronica. L’Africa registra il 63% delle nuove infezioni globali e conta circa 65 milioni di persone affette in modo permanente. La trasmissione verticale resta la principale modalità di contagio nei bambini, anche per la scarsa copertura vaccinale alla nascita e la limitata integrazione dei test durante il percorso prenatale.
Il tema della conferenza – Unifying Actions, Transforming Futures: Achieving Triple Elimination in Africa by 2030 – richiama la necessità di un approccio integrato. Non solo tecnicamente, ma anche politicamente. “Come Africa, e come comunità globale, dobbiamo agire con unità, innovazione e determinazione”, ha dichiarato il presidente ugandese Yoweri Museveni, rappresentato all’evento dalla vicepresidente Jessica Alupo. Le sue parole sono state riprese dai media locali, che hanno sottolineato la volontà dell’Uganda di porsi come catalizzatore di un’azione regionale più incisiva.

Le sfide, tuttavia, restano molte. A partire dal calo dei finanziamenti per i programmi sanitari, dovuto alla ridefinizione delle priorità globali e alla riduzione del supporto da parte dei partner dello sviluppo. “L’integrazione dei servizi è ormai l’unica via percorribile”, ha sottolineato Aceng, riferendosi alla necessità di unificare gli sforzi tra HIV, epatite B e sifilide anziché affrontarli come compartimenti separati.
La conferenza, che si inserisce nel quadro degli obiettivi dell’Oms per il 2030 e dell’Agenda 2063 dell’Unione africana, è anche un’occasione per ripensare i sistemi sanitari del continente in chiave più resiliente e inclusiva. Non si tratta solo di eliminare la trasmissione verticale di tre infezioni, ma di garantire l’accesso universale alla salute materno-infantile, ai test diagnostici, alla vaccinazione e alla cura. Un impegno che richiede non soltanto volontà politica, ma anche risorse, formazione e infrastrutture adeguate.
A testimonianza che la meta è raggiungibile, è arrivata, di recente, una notizia incoraggiante dal Botswana: il Paese ha ottenuto il riconoscimento Gold Tier dell’Oms per l’eliminazione della trasmissione verticale dell’Hiv come problema di salute pubblica. Si tratta del primo Paese africano – e del primo al mondo con alta incidenza dell’infezione – a ricevere questo riconoscimento, grazie a politiche sanitarie mirate che hanno portato il tasso di trasmissione madre-figlio all’1,2%, ben al di sotto della soglia del 5% fissata dall’Oms.
Nel 2023, secondo stime Unaids, sono nati meno di 100 bambini con Hiv in tutto il Paese. Un risultato reso possibile anche dall’altissima copertura terapeutica: il 98% delle donne incinte sieropositive riceve regolarmente cure antiretrovirali. Il successo del Botswana rappresenta un modello virtuoso per tutto il continente e dimostra che, con strategie integrate, volontà politica e investimenti mirati, è possibile proteggere le nuove generazioni da infezioni evitabili.



