A Luanda le autorità hanno scoperto e chiuso un centro clandestino di estrazione di criptovalute che, secondo le stime, poteva generare fino a 2.800 euro al giorno. L’operazione è stata condotta dal Servizio di investigazione criminale, che ha sequestrato quasi 3.000 processori ad alte prestazioni e arrestato dieci persone: due cittadini cinesi e otto angolani. L’impianto operava all’interno di un magazzino appositamente allestito e collegato illegalmente alla rete elettrica pubblica.
Secondo gli inquirenti, la struttura era stata scelta per la sua posizione isolata e per la possibilità di alimentare l’attività attraverso un trasformatore ad alta capacità, evitando così i costi dell’elettricità. Se pienamente operativa, la “farm” avrebbe potuto fruttare oltre 90.000 euro al mese. Oltre all’hardware informatico, sono stati sequestrati cavi, sistemi di ventilazione e cinque veicoli utilizzati per la logistica.
Si tratta del secondo intervento rilevante contro il mining illegale in Angola dall’inizio dell’anno, dopo la scoperta di un altro centro nel municipio di Viana. L’estrazione di criptovalute è vietata nel Paese dal 2024: una scelta motivata sia dalla tutela del sistema finanziario sia dalla necessità di proteggere una rete elettrica già fragile. Le indagini proseguono per individuare eventuali legami internazionali e ricostruire l’intera rete dietro l’operazione.


