di Valentina Giulia Milani – foto di Simon Townsley / Panos Pictures
La maggior parte dei togolesi fa affidamento sulle moto sia per i propri spostamenti sia per il sostentamento economico. Ma l’assenza di adeguate misure di sicurezza e le pessime condizioni delle strade trasformano questi veicoli in un grave pericolo, mentre lo stillicidio di incidenti assume i contorni di una vera e propria emergenza nazionale.
Arti spezzati, volti insanguinati, teste fasciate, sguardi sofferenti e perduti. Pavimenti macchiati di sangue e feriti dappertutto. Non è uno scenario di guerra, ma la realtà quotidiana della più grande unità traumatologica del Togo, all’ospedale Sylvanus Olympio di Lomé, dove i pazienti sono principalmente motociclisti vittime di incidenti stradali.
«Nei giorni peggiori arriviamo a 40 ricoveri solo per incidenti in moto», racconta il dottor Ariste Dantio mentre si muove con destrezza tra i pazienti, facendo mostra di una calma quasi rassegnata, nonostante l’ennesimo blackout elettrico. Per lui e i colleghi, scene come queste sono all’ordine del giorno.
Negli ultimi anni, in Africa subsahariana il numero di motocicli è aumentato vertiginosamente, da meno di cinque milioni nel 2010 a circa 27 milioni nel 2022, con un corrispondente incremento delle vittime della strada. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), gli incidenti stradali sono la principale causa di morte tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, superando malattie, fame, conflitti e terrorismo.
In Togo i dati sono particolarmente preoccupanti. Nel primo semestre del 2023, il ministero della Sicurezza e della Protezione civile ha registrato 3.262 incidenti stradali, con 282 morti e 4.611 feriti. Le moto sono coinvolte in quasi il 68% degli incidenti, rappresentando il 69% delle vittime mortali. La tendenza non dà segni di miglioramento: nei primi sei mesi del 2024 sono stati riportati oltre 3.800 sinistri, sempre con un coinvolgimento significativo di centauri.
Il dramma si riflette nei corridoi del Sylvanus Olympio, nel quartiere Tokoin della capitale, dove l’insufficienza di letti costringe i paramedici a disporre i feriti su teli di plastica a terra. «Le strade sono troppo trafficate e pericolose, e troppi motociclisti non prestano attenzione a quello che li circonda», osserva Ayana Ayivi, settantenne vittima di un incidente causato da uno scontro tra un motociclista e il suo mototaxi.

Rischio diffuso
Il boom della motorizzazione a due ruote è legato alla crescente diffusione dei mototaxi, mezzo di trasporto comune in molti Paesi africani. In Togo e Benin sono chiamati zémidjan, in Uganda e Kenya boda-boda, okada in Nigeria e Ghana, e piki piki in Tanzania. A Lomé (dove le due ruote sono circa mezzo milione: più del 72% del totale dei veicoli motorizzati) si contano oltre 58.000 mototaxi, che contribuiscono all’economia locale ma anche alla crescente mortalità.
Le moto commerciali hanno generato opportunità di lavoro, in particolare per i giovani, spesso privi di altre possibilità occupazionali. Tuttavia, oltre ai 27 milioni di conducenti vi sono anche milioni di proprietari di moto, meccanici e rivenditori che dal settore traggono profitto. Le moto – importate soprattutto da Cina e India – sono preferite per la loro accessibilità economica e capacità di muoversi agilmente su strade dissestate, soprattutto nelle aree rurali.
Gli abitanti delle città utilizzano i taxi-moto per recarsi nei negozi e negli uffici, aggirando i noti ingorghi delle città africane; con questo mezzo di trasporto i bambini vengono portati a scuola; gli agricoltori lo usano per trasportare i loro prodotti al mercato lungo le strade sconnesse dei loro villaggi; e gli operatori sanitari se ne servono per raggiungere i villaggi remoti. Anche le donne incinte vengono portate all’ospedale in moto.
Nonostante l’utilità di questo mezzo, i rischi sono elevati. Molti conducenti non hanno una formazione adeguata o la licenza, e l’uso del casco è spesso trascurato. Se a ciò si aggiunge il numero elevato di passeggeri per mezzo, il rispetto saltuario del codice stradale e le precarie condizioni delle strade, il boom di incidenti è presto spiegato.
Un sondaggio di Amend, organizzazione che promuove la sicurezza stradale, rivela che solo il 5% dei conducenti di mototaxi in Togo fornisce il casco ai passeggeri, meno del 10% vanta una licenza e il 96% è autodidatta.
Droga e impunità
A complicare il quadro, un altro preoccupante fenomeno: l’uso di tramadolo, oppiaceo utilizzato da molti motociclisti per affrontare lunghe ore di lavoro. Questo farmaco, spesso assunto in dosi elevate, causa stordimento e ridotta capacità di reazione, aumentando il rischio di incidenti. «Assumono pillole da 200 mg, spesso contrabbandate dalla Nigeria, che causano stordimento e rallentano i riflessi», spiega il dottor Anani Abalo, responsabile dell’unità di traumatologia.
Le storie di dolore sono numerose, come quella del meccanico Komi Sogbossi, che a causa dei costi esorbitanti ha rinunciato all’intervento chirurgico dopo una frattura alla gamba. «Non potrò mai più lavorare come prima», dice muovendosi a fatica su una sola stampella nel cortile polveroso dietro alla sua casa di blocchi di cemento. Amara la testimonianza di Koffi Agbadji, indebitatosi per finanziare le cure mediche dopo un incidente. «Ho preso in prestito due milioni e mezzo di franchi Cfa, circa 4.000 euro, dopo essermi schiantato», dice. «Chissà quanto tempo dovrò sgobbare per ripagare il debito».

Il direttore esecutivo della Fondazione internazionale dell’automobile, Saul Billingsley, sottolinea l’urgenza di un’azione che mitighi gli impatti negativi del boom motociclistico, promuovendo l’uso del casco, l’adozione dell’Abs e un futuro a basse emissioni grazie a trasporti pubblici più ecologici. «Con la rapida crescita dell’uso delle due ruote, osserviamo come l’equilibrio tra vite umane e mezzi di sostentamento si giochi in strada. Le moto offrono un mezzo di trasporto relativamente economico, ma a un costo sociale elevato in termini di lesioni e danni ambientali».
In aggiunta ai traumi fisici vi sono gli impatti ambientali: le emissioni inquinanti delle moto contribuiscono al peggioramento della qualità dell’aria. Il rumore e l’uso delle moto per attività criminali aumentano ulteriormente le criticità sociali.
Nonostante la gravità della situazione, le misure adottate dai governi, compreso quello togolese, sono carenti. «Il settore delle moto sfugge al controllo della politica e della legislazione», denuncia Tom Bishop di Amend, che richiede interventi urgenti per regolamentare la formazione dei conducenti, potenziare la presenza delle forze dell’ordine e migliorare le infrastrutture.
Le strade togolesi riflettono un problema più ampio, comune nell’Africa subsahariana, dove lo sviluppo dei trasporti non è stato accompagnato da una crescita adeguata delle infrastrutture e delle norme di sicurezza. Un esempio emblematico è l’autostrada vicino alla scuola La Promotion, dove, a distanza di anni, le richieste per un ponte pedonale sono rimaste inascoltate. «La causa principale è stata la velocità», racconta Poori, madre di Romeo Kudadjey, investito nel 2021. «Il conducente ha ignorato il codice, e nulla è stato fatto se non sequestrargli il mezzo».
Secondo Valentin Soncy, che ha visto il fratello di 44 anni, Augustin, morire di recente in una collisione motociclistica, «il governo dovrebbe fare in modo che i conducenti di moto siano più civili. Se guidano troppo velocemente, senza segnalare le svolte, senza fermarsi al rosso, devono essere fermati dagli agenti». Le testimonianze delle vittime si perdono nel caos polveroso degli ingorghi, mentre la tragedia delle strade africane continua senza sosta.


