di Fausta Filbier – redazionale a cura di Kel12
Tra dune dorate, incisioni rupestri e laghi salati, viaggio nel cuore del Sahara libico: una «finestra sull’anima». Cuore desertico della Libia, il Fezzan custodisce paesaggi mozzafiato e tracce millenarie di civiltà perdute. Tra sabbie, graffiti e popoli dimenticati come i Dauada, questa regione – che riapre le porte ai turisti dopo anni di isolamento – racconta un Sahara che un tempo era verde, vivo, abitato.
Dune di fine sabbia gialla e nera arenaria, laghi salati, incisioni rupestri. Il Fezzan è il cuore desertico più puro della Libia, un ambiente surreale, quasi mistico, che muove emozioni intense e consente un incontro diretto con la natura nella sua espressione più forte. Terza regione storica della Libia, insieme a Tripolitania e a Cirenaica, il Fezzan rappresenta la porzione libica del Sahara che, oltre i suoi confini politici, a ovest, a sud e a est diventa rispettivamente Tassili dell’Ajjer in Algeria, Ténéré in Niger, Tibesti in Ciad, Grande Mare di Sabbia in Egitto. Una regione circondata da tali immense distese desertiche, da essere una delle più spettacolari del Sahara. Anche perché, a nord, più di mille chilometri la separano da Tripoli e dal Mediterraneo. Mille chilometri di Hamada el-Hamra, un tavolato piatto, infuocato, che in passato ha messo a dura prova anche i viaggiatori più ostinati e reso ancora più isolato il Fezzan e le sue bellezze naturali.
I figli del deserto
Già Erodoto scriveva: «La Phezania [il Fezzan] era popolata da tribù berbere bellicose, la più forte e numerosa delle quali era la gens garamantica». Definiti «indomiti» da Tacito, vivevano nell’oasi di Garama (Germa) ed erano famosi per il loro percorrere il deserto a bordo di velocissimi carri trainati da cavalli. È nel 19 a.C. che i romani, con il proconsole Lucio Cornelio Balbo Minore a capo di ventimila uomini, compiono una spedizione punitiva e conquistano la temuta capitale dei Garamanti. I romani mantennero il dominio del Fezzan per circa quattro secoli, soppiantati poi da arabi, turchi e italiani (nel 1913). Una storia travagliata fatta di continue lotte e dominazioni ben raccontata nelle rovine dell’antica Germa. Templi romani che sbucano da ksour, le fortificazioni berbere, rotaie e piccoli vagoni, usati nel 1935 da archeologi italiani alla ricerca di tracce romane, che solcano le vie lastricate. Un insieme di forme e stili che da una collina domina la Valle dell’Ajal (la Valle della Vita): sullo sfondo le gigantesche dune dell’Erg Murzug e dell’Erg Ubari e le nere scarpate delle falesie del Messak Settafet e del Messak Mellet.
Le meraviglie del Fezzan si scoprono giorno dopo giorno: le incisioni rupestri nel Messak Settafet, le dune dell’Erg Ubari, i Laghi Mandara, l’Acacus. Ci si ritrova così a passeggiare nel letto del fiume fossile Mathendusc, ammirando decine di incisioni rupestri. In questa zona i siti sono più di 500, per un totale di circa 50.000 incisioni che risalgono a diecimila anni fa. Un’immensa galleria d’arte preistorica a cielo aperto. Davanti agli occhi sfilano elefanti, struzzi, giraffe, buoi, pantere, cacciatori, pastori e i celebri Gatti Mammoni, due giganteschi felini incisi su un masso a circa cento metri d’altezza. I tratti sono così perfetti che si riesce perfino a immaginare l’immensa fertile prateria in cui vivevano uomini e animali. Il deserto, qui, è arrivato “solo” quattromila anni fa. Prima, c’erano erba, fiumi e alberi verdissimi.

Poi è il turno delle dune. Altissime, anche più di 350 metri, disegnano un mare di curve e sensualità, confuso e ordinato nello stesso tempo. L’Erg Ubari si estende verso nord per più di 500 chilometri. È un labirinto di finissima sabbia color ocra: per attraversarlo, ci si impiega cinque giorni. Gli autisti tuareg sono maghi del volante, gli unici a non insabbiarsi di continuo e a trasformare l’erg in montagne russe. Aggirano veloci le dune, salgono su pendii impossibili e si lanciano a capofitto da vertiginose altezze. Unica precauzione: reggersi forte ai sedili, alle maniglie o al braccio del vicino.
Miraggi tra le dune
E dopo tanta sabbia, i Laghi Mandara: un miraggio, in questo universo arido e assetato. Pozze di acqua pulitissima – sono in tutto 21 – create da sorgenti naturali, così salate da tenere il corpo a galla, come nel Mar Morto. Minuscole, incastonate tra una duna e l’altra, orlate di palme da dattero e tamerici, sono la patria ancestrale dei Dauada, popolazione autoctona. Vivevano nei villaggi di Trouna, Mandara e Gabr’Aoun, ma, per ordine di Gheddafi, sono stati costretti a trasferirsi in centri moderni, di vetro e mattoni, abbandonando non solo le case ma anche tradizioni secolari.
Strana storia, quella dei Dauada: sono sopravvissuti per quasi duemila anni alle invasioni e alle scorrerie di romani, arabi, turchi, tuareg, italiani e francesi, per poi soccombere al Colonnello. Strano perché, proprio per il loro modo di vivere povero, essenziale, ma libero, lo stesso Gheddafi nel 1973 li elevò a modello nazionale: un dignitoso esempio di vita fatta di stenti e di rinunce da contrapporre alle abitudini oziose dei conterranei urbanizzati, schiavi del consumismo e dei miti dell’Occidente. Forse il dittatore libico più che dall’estrema povertà dei Dauada si sentiva minacciato dalla loro estrema libertà…
E pensare che a battezzarli con disprezzo “mangiatori di vermi”, perché di dùd, vermi, si cibavano, furono per primi gli arabi. In realtà, proprio vermi non sono, ma minuscole larve commestibili, simili a crostacei dal colore rossastro (Artemia salina), che vivono nei laghi salati dell’Erg Ubari. Forse sono proprio loro, i Dauada, dalla pelle scura e di bassa statura, i discendenti di una popolazione indigena del Fezzan. O forse sono gli eredi di quelle popolazioni preistoriche che, a pochi chilometri di distanza, quando questo angolo di Sahara era una savana ricca di acqua, piante e animali, sulle rocce del Tassili e del Messak ne immortalarono la vita nei graffiti che ammiriamo oggi. O forse, ancora, sono i figli dei leggendari Garamanti di romana memoria.

Memorie sahariane
Se l’origine dei Dauada rimane incerta, consolidate e millenarie sono le loro tradizioni e i loro riti. Avevano un capostipite mitologico, il vecchio Aoun, sepolto nelle sabbie della grande duna che domina uno dei più bei laghi dell’erg, il Gabr’Aoun (tomba di Aoun). La loro vita quotidiana era costellata di tabù e superstizioni. Così, soltanto le donne nate nella tribù avevano il diritto di pescare i vermi che assicuravano la base dell’alimentazione. Munite di guadino con una lunga rete dalle maglie molto sottili, marciavano nel limo lentamente, raccogliendo i crostacei insieme a un’alga chiamata danga, dalla quale era impossibile separarli. Il tutto formava così una pasta bruna con la quale, dopo essere stata lavata e impastata, venivano formati dei pani. Essiccati al sole per diversi giorni, venivano poi sepolti sotto la sabbia. Dopo qualche mese, quell’impasto nero dal forte odore di pesce era pronto per essere mangiato, con una salsa piccante o mescolato a datteri schiacciati. Un alimento, secondo gli scienziati che lo hanno analizzato, dall’alto valore proteico.
E se le donne si occupavano della pesca, gli uomini si occupavano dell’altra attività redditizia: la raccolta del natron, miscuglio di carbonato di sodio naturale con altri sali sodici. In parole semplici, il preziosissimo, indispensabile sale. Il carbonato di sodio si forma per evaporazione sulla superficie dell’acqua dei laghi e, specialmente d’estate, si deposita sulle rive formando una crosta biancastra. Troppo poveri per possedere cammelli, garantire trasporti e vendere i loro prodotti, i Dauada erano così totalmente tributari dei carovanieri che, una volta l’anno, venivano tra queste dune isolate a comprare il sale per un prezzo irrisorio, e lo trasportavano a Tripoli, Algeri, Tunisi. Il natron veniva mescolato al tabacco da presa o da masticare, entrava nella lavorazione dei prodotti da conciare, accelerava la cottura della carne, veniva somministrato a cammelli, cavalli e asini per farli ingrassare. Era infine un elemento essenziale della farmacopea indigena.

Segreti meravigliosi
Per arrampicarsi meglio sulle ripide dune intorno ai laghi, e non affondare nella molle sabbia del Sahara, nel corso dei secoli i Dauada avevano persino trovato un modo per camminare velocemente e con poca fatica. I loro piedi così si sono deformati: corti, molto arcuati, talloni sottili e piante larghe, alluci molto sviluppati rispetto alle altre dita. Un esempio perfetto di adattamento all’ambiente circostante.
Un popolo fossile, rappresentanti viventi di una preistoria da non dimenticare. La loro era sicuramente una vita dura, povera, essenziale. Una vita da diversi, non integrati in alcun modo nel moderno Stato concepito da Gheddafi. Tra l’agosto e l’ottobre 1990 circa duecento di loro vengono così trasferiti, a bordo di grossi camion, nelle moderne, anonime case della Nuova Gabroun, nella Valle dell’Ajal, vicino a Germa. Le antiche tradizioni? Ormai non servono… L’artemia? Le donne vengono ancora a raccoglierla. Certo non per una necessità alimentare ma, si dice, perché l’artemia avrebbe virtù afrodisiache. Le donne arrivano oggi a Mandara a bordo di jeep. Senza fatica. E non camminano più scalze, in quel vecchio modo, strano ma efficace, di procedere sulle dune scoscese. Anzi, ai piedi calzano comode, pratiche sneakers.
Infine, l’Acacus, un labirinto di pietra – largo 30 chilometri e lungo 150 – dove fiumi fossili si sono trasformati in piste intricate e in cui le montagne si sono sbriciolate in folletti di roccia, pinnacoli, archi, tunnel, grotte. Causa di tutto ciò, il vento, quel ghibli capriccioso e traditore che, soprattutto in gennaio e febbraio, soffia violento e distruttivo, avvolgendo implacabile uomini e animali e danneggiando i motori delle jeep. L’Acacus è una delle zone più magiche del Sahara, dove perdersi senza una meta, lasciando correre lo sguardo oltre la prossima duna, oltre la prossima curva. L’unico appuntamento da rispettare è il tramonto: da ammirare, in solitudine o in compagnia, seduti su un masso o sdraiati su una duna. Uno spettacolo indescrivibile di colori e di forme. Non è un caso che i Tuareg chiamino questo momento speciale «una finestra sull’anima»: quella degli uomini e quella degli dèi.
L’autrice del testo, Fausta Filbier, è giornalista appassionata di antropologia, geografia, storia, geopolitica. Ha trascorso la sua vita a esplorare luoghi lontani e a scrivere reportage da tutto il mondo.


