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Corrado Čok

    Gibuti
    FOCUS

    Gibuti al voto, continuità al potere e stabilità al centro della sfida

    di Tommaso Meo 10 Aprile 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    Di Valentina Giulia Milani

    Il piccolo Stato del Corno d’Africa torna alle urne in un clima di apparente stabilità e assenza di reale competizione. L’analista Corrado Čok spiega come la riconferma del presidente Ismail Omar Guelleh appaia ormai scontata, tra la neutralità diplomatica internazionale e il timore interno di pericolose fratture in caso di transizione

    Urne aperte oggi a Gibuti. Un appuntamento elettorale che si inserisce in una traiettoria politica ormai consolidata per il piccolo Paese del Corno d’Africa. «Quasi senza dubbio il voto seguirà la linea delle precedenti elezioni e manterrà alla guida del Paese Ismail Omar Guelleh», spiega ad Africa Rivista Corrado Čok, ricercatore associato presso il Consiglio europeo per le relazioni internazionali (Ecfr). Secondo l’analista, il voto odierno non rappresenta una reale competizione, ma la prosecuzione di un equilibrio politico definito da anni.

    Nessuna competizione

    «Non è un Paese con particolari credenziali democratiche e la competizione si tiene contro un avversario che è più fittizio che reale». Il presidente, al potere dal 1999, appare destinato a ottenere un nuovo mandato senza sorprese. «Con tutte le probabilità sarà una riconferma con un ampio margine», osserva Čok, sottolineando come Guelleh rappresenti «l’unica figura politica vera e propria che il Paese ha visto negli ultimi quasi trent’anni».

    L’assenza di una reale opposizione contribuisce a rafforzare questo scenario. «Non c’è un’opposizione interna vera e propria, né una esterna particolarmente rilevante», afferma. E anche capire il reale sentimento politico della popolazione non è semplice. Questa percezione si lega anche al ruolo che Guelleh ha avuto nella costruzione dello Stato moderno. «Il Gibuti che si vede oggi si è evoluto durante la sua presidenza», sottolinea Čok, evidenziando come ciò contribuisca a una certa legittimazione del potere agli occhi della popolazione.

    Ismail Omar Guelleh
    Il presidente di Gibuti in carica Ismail Omar Guelleh

    Il cambiamento è temuto

    Un elemento centrale è la stabilità, soprattutto in un contesto regionale fragile. «C’è il timore di un cambiamento», osserva. «Una transizione di potere non sarebbe facile in questo momento e non c’è particolare interesse ad averne una». Secondo Čok, infatti, Guelleh ha saputo gestire con efficacia sia la sicurezza interna sia il posizionamento del Paese nel Corno d’Africa.

    Anche sul piano interno, il presidente viene accreditato di aver mantenuto un equilibrio tra le principali componenti etniche. «Dopo le tensioni degli anni Novanta tra Somali Issa e Afar, ha integrato figure afar nel governo e ha contribuito a un riequilibrio», spiega. «Da allora non ci sono più state vere tensioni etniche e il clima è di sostanziale convivenza pacifica».

    La campagna elettorale, di fatto, non ha introdotto elementi di discontinuità. «È una campagna del presidente per mobilitare la base, ma non è influente ai fini elettorali», afferma.

    Una timida proposta di rinnovamento

    Accanto al capo dello Stato si presenta Mohamed Farah Samatar, candidato del Centro democratico unificato, che ha avviato la propria campagna nel nord del Paese tra Tadjourah e Obock proponendo un programma incentrato sul rinnovamento politico e su una maggiore partecipazione dei cittadini. Il suo slogan, «Un altro Gibuti è possibile», si contrappone alla linea della continuità incarnata da Guelleh, candidato dell’Unione per la maggioranza presidenziale, che ha aperto la campagna a Dikhil per poi proseguire ad Ali Sabieh, puntando su temi come stabilità, crescita economica, occupazione giovanile e rafforzamento dei servizi pubblici.

    elezioni gibuti

    Un ulteriore segnale della continuità del potere è stata proprio la recente rimozione del limite di età per candidarsi alla presidenza. «È stata una decisione voluta dallo stesso Guelleh», spiega Čok. «C’è il timore che una sua uscita possa aprire divisioni interne e creare instabilità, anche per via delle interferenze regionali».

    Il dogma della neutralità

    Sul piano internazionale, le elezioni non dovrebbero modificare gli equilibri. «Non cambia molto», sintetizza. «Gibuti resta un Paese che cerca di mantenere una posizione di neutralità nelle dispute regionali». Una strategia dettata anche dalla sua posizione geografica e dal peso degli attori esterni interessati all’area.

    «Ha sempre cercato di equilibrare i rapporti tra Etiopia e Somalia», osserva Čok, ricordando anche la forte integrazione economica con Addis Abeba e la presenza di una significativa comunità etiope nel Paese. Allo stesso tempo, sul versante del Mar Rosso, si registra un riassetto negli ultimi anni: «I rapporti con gli Emirati Arabi Uniti si sono deteriorati, mentre si sono rafforzati quelli con Arabia Saudita e Turchia».

    La linea di fondo resta però invariata: «La neutralità è un dogma, anche nei rapporti tra Stati Uniti e Cina», conclude. «Gibuti è un Paese piccolo, che ha costruito la propria posizione sull’equidistanza e sulla prudenza, per evitare che le tensioni regionali si riflettano al suo interno».

    In questo contesto, il voto di oggi appare dunque più come una formalità che come un passaggio decisivo: una conferma attesa, in un sistema politico che privilegia continuità e stabilità rispetto alla competizione.

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    10 Aprile 2026 0 commentI
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