Sono trascorsi tre anni dalla tragica morte del giornalista Martinez Zogo, il cui corpo senza vita e torturato fu ritrovato il 22 gennaio 2023 alla periferia di Yaoundé, a cinque giorni dalla scomparsa. Oggi, a distanza di tre anni, il processo sul suo assassinio davanti al tribunale militare della capitale procede a rilento, tra rinvii, contestazioni procedurali e audizioni di testimoni, senza che sia stato emesso un verdetto definitivo.
Zogo, 51 anni, direttore della radio Amplitude Fm e noto per le sue inchieste critiche sul potere politico ed economico, fu ucciso in circostanze che suscitarono un forte clamore nazionale e internazionale. Le indagini portarono all’arresto di 17 persone, tra cui agenti dei servizi di intelligence e civili ritenuti influenti. Tra gli imputati figurano l’ex direttore della Dgre (Direzione generale per le ricerche esterne, l’agenzia di intelligence esterna del Paese) e un noto uomo d’affari, accusati di tortura, omicidio e associazione a delinquere.
Il processo, avviato formalmente il 25 marzo 2024, ha incontrato numerosi ostacoli. Contestazioni di forma e eccezioni sollevate dalle difese hanno spesso sospeso il dibattimento, rallentando l’esame delle responsabilità dei presunti mandanti. Le audizioni di gennaio 2026 hanno portato alla luce nuovi dettagli sull’operato delle forze di sicurezza: un ex responsabile della Dgre ha dichiarato che l’arresto di Zogo sarebbe avvenuto “fuori da qualunque ordine legale”, aggiungendo ulteriori interrogativi sulla catena di comando.
La famiglia del giornalista continua a chiedere giustizia piena e trasparente, denunciando la lentezza del procedimento e l’assenza di un giudizio di merito, mentre colleghi e organizzazioni per la libertà di stampa insistono sulla necessità di accertare responsabilità e mandanti.
L’anniversario della morte di Zogo riporta al centro dell’attenzione pubblica camerunese il tema della libertà di stampa, dell’indipendenza della giustizia e della tutela dei giornalisti in un contesto ancora segnato da lentezze e controversie processuali. Senza una sentenza definitiva, il caso continua a rappresentare un banco di prova per l’autorità giudiziaria del Camerun e per la credibilità dello Stato nel garantire giustizia per i professionisti dei media.


