di Valentina Giulia Milani
La guerra in Sudan – conflitto che ha causato finora decine di migliaia di morti e milioni di sfollati – continua, ma il campo di battaglia non è più soltanto militare. Ne abbiamo parlato con Marco Di Liddo, direttore del Centro Studi Internazionali (CeSI).
Nel bel mezzo della guerra sudanese, la recente proclamazione di un governo “di pace e unità” da parte delle Forze di supporto rapido (Rsf) rappresenta una svolta significativa, tutt’altro che simbolica. “Io questa mossa non la sottovaluterei”, dichiara Marco Di Liddo, direttore del Centro Studi Internazionali (CeSI), intervistato da Africa Rivista. “Le Rsf hanno deciso di creare un governo parallelo in un momento di difficoltà militare. Perché? Perché non possono più contare su un bilancio positivo del conflitto”.
Negli ultimi mesi, infatti, le Rsf guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, hanno perso terreno a favore delle Forze armate sudanesi (Saf), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan. Dopo essere state respinte da Khartoum e incapaci di conquistare la capitale del Darfur, le milizie mantengono alcune basi nel sud-est del Paese e riescono a lanciare attacchi mirati, anche con droni, nel nord-est. “Quando perdi la capitale e la tua presenza territoriale diminuisce, la tua parabola militare è negativa”, osserva Di Liddo. Da qui la decisione di mutare la narrazione: da milizia a entità politica.
Il modello non è nuovo, e ha un precedente chiaro in Libia. “Hanno guardato a Haftar – spiega Di Liddo – che ha creato un governo parallelo con un parlamento non riconosciuto, ma si è proposto come alternativa e ha attirato aiuti da chi non intendeva riconoscere Tripoli”. In Sudan, il governo parallelo delle Rsf punta a una legittimazione superiore, sia interna che esterna. “Non vuoi più essere percepito come una banda di tagliagole, ma come forza politica credibile. Ti consente di incanalare le istanze dei gruppi etnici e delle milizie che ti sostengono. E, a livello internazionale, offre canali più accettabili: un conto è parlare con una milizia, un altro con un governo – per quanto non riconosciuto”.
Secondo Di Liddo, dietro questa svolta istituzionale vi sarebbe la regia emiratina. “È una mossa suggerita con forza dai partner esterni delle Rsf. Se dovessi puntare il dito, direi Abu Dhabi. Gli Emirati hanno consigliato a Dagalo di fare un salto di qualità: finché resti un guerrigliero, non sarai ascoltato. Ma se vuoi strutturare un rapporto internazionale, devi diventare primo ministro di un governo, anche se non riconosciuto”. E ora, con la nascita del “governo di pace e unità”, il suggerimento sembra aver trovato piena attuazione.

Gli interessi degli Emirati Arabi Uniti (Eau) in Sudan sono molteplici. “Sono un Paese ricco ma piccolo. Come tutte le monarchie del Golfo, cercano Stati con terra e popolazione. Le milizie sudanesi offrono uomini e network. E poi c’è la questione dell’oro”, sottolinea Di Liddo. Secondo il direttore del CeSI, Emirati e Russia sono i principali destinatari dell’oro sudanese contrabbandato, un flusso stimato attorno ai 19 miliardi di dollari l’anno. “Questo oro diventa emiratino, alimenta i fondi sovrani, consente di operare sui mercati internazionali e di reinvestire in un’altra partita strategica: quella dei porti. Gli Emirati si comportano come i moderni Fenici”.
A confermare il coinvolgimento diretto di Abu Dhabi sul campo è anche la cronaca più recente. Il 6 agosto, l’aeronautica militare sudanese ha abbattuto un aereo privato, di presunta provenienza emiratina, mentre tentava di atterrare a Nyala, nel Darfur meridionale. Secondo quanto riportato da Sudan Tv, il velivolo trasportava mercenari colombiani destinati a sostenere le Rsf. “Si trattava di un’operazione coordinata, monitorata in anticipo dall’intelligence militare sudanese”, ha riferito una fonte citata dall’emittente, parlando apertamente di un “complotto straniero” per destabilizzare il Paese.
Pochi giorni prima, Khartoum aveva formalmente accusato gli Eau di finanziare e trasferire mercenari africani e sudamericani in supporto alle Rsf, accusa che Abu Dhabi ha respinto definendola “priva di fondamento”. La tensione diplomatica si è ulteriormente aggravata quando le autorità emiratine hanno bloccato un volo sudanese in partenza da Abu Dhabi e vietato l’atterraggio di aeromobili sudanesi nei propri aeroporti, ufficialmente per “standard operativi non conformi”.
Se gli Emirati sponsorizzano le Rsf, l’Arabia Saudita appare invece più vicina alla giunta militare di Khartoum. Una dinamica regionale che riflette la rivalità tra Riad e Abu Dhabi. “I sauditi non vedono bene la crescita degli Emirati – chiarisce Di Liddo –. Li considerano un fratellino minore. Per controbilanciare, appoggiano Khartoum. Anche loro sono interessati alle risorse minerarie e alla terra arabile, fondamentali per l’approvvigionamento alimentare e per le materie prime industriali”.
Nel complesso mosaico di alleanze e interessi, si inseriscono anche altri attori. “I turchi forniscono armi. La Russia, invece, ha capito che le Rsf sono in difficoltà e ha riaperto a Khartoum. In cambio di un ridimensionamento del sostegno alle milizie, Mosca cerca garanzie per installarsi a Port Sudan”, spiega Di Liddo. L’obiettivo russo resta quello di ottenere una base strategica sul Mar Rosso, che, combinata con la presenza in Cirenaica, rappresenterebbe un fattore destabilizzante per l’intera regione mediterranea.
Nel frattempo, il generale Khalifa Haftar in Libia continua a giocare un ruolo fondamentale: “Haftar sa che l’Europa è disposta a concedergli tutto in cambio dell’interdizione ai russi, del controllo migratorio e dell’accesso alle risorse petrolifere. Usa queste leve per tenere sotto scacco l’Occidente. E lo fa in modo abile”, aggiunge Di Liddo, evidenziando le fragilità dell’approccio europeo in Africa.

La proclamazione del governo parallelo delle Rsf si inserisce così in una più ampia strategia di legittimazione e consolidamento del potere, sostenuta da attori regionali e globali. Come sottolinea Di Liddo, “bisogna vedere come la struttureranno: che organi creeranno, come le daranno legittimità, e come reagiranno i partner esterni. Anche senza un riconoscimento formale, se iniziano a parlarci, gli danno comunque peso. E potrebbero anche farli sedere al tavolo negoziale con una rappresentatività diversa”.
La guerra in Sudan continua, ma il campo di battaglia non è più soltanto militare. È anche – e forse soprattutto – politico, mediatico e geopolitico. E il “governo di pace e unità” delle Rsf potrebbe rappresentare il nuovo fronte su cui si gioca il futuro del Paese.
Il conflitto è iniziato il 15 aprile 2023, quando le tensioni latenti tra l’esercito sudanese, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di supporto rapido di Dagalo sono esplose in scontri armati a Khartoum e in diverse altre città. Lo scontro è il risultato di un fallito processo di integrazione delle Rsf nelle forze armate regolari, previsto dagli accordi di transizione dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019. La rivalità personale e politica tra Burhan e Hemedti, unita alla competizione per il controllo delle risorse e del potere, ha trasformato la crisi in una guerra civile su vasta scala. Il conflitto ha causato finora decine di migliaia di morti e milioni di sfollati, aggravando una crisi umanitaria già profonda.


