di Andrea Spinelli Barrile
Liberato nel 2022 dopo 13 anni di carcere, il più famoso trafficante d’armi russo rivendica il suo passato africano e prepara il ritorno nel continente
Il più famoso trafficante di armi del mondo, il cittadino russo Viktor But, vuole tornare a lavorare in Africa. A dirlo è lui stesso in una lunga intervista con Africa Initiative, il portale di informazione russo dedicato al continente. But, la cui storia personale ha ispirato il film Lord of War, è stato arrestato nel 2008 in Thailandia dagli uomini della Cia a seguito di un’operazione sotto copertura. Accusato dagli Stati Uniti di sostegno al terrorismo e cospirazione, dopo 13 anni di carcere è stato liberato nel 2022 grazie a uno scambio di prigionieri tra Russia e Stati Uniti. Tornato in patria, si è subito detto pronto a riprendere gli affari e si è presentato a San Pietroburgo al secondo Vertice Russia-Africa pochi mesi dopo il rientro.
L’impero delle armi in Africa
Durante la sua carriera, il trafficante ha inondato di armi le guerre civili in Nigeria, Angola, Liberia, Sierra Leone, Libia, Sudan e Congo. “Sono pochi i Paesi africani in cui non sono stato” dice. È stato il principale fornitore dei talebani durante l’era Bin Laden e del regime di Saddam Hussein. Durante la seconda guerra del Golfo, i suoi aerei hanno rifornito anche gli americani in Iraq, atterrando più di mille volte a Baghdad tra il 2003 e il 2004.
Secondo le Nazioni Unite, prima di essere arrestato la rete logistica di But contava 50 aerei, costantemente coinvolti in spedizioni di armi dall’Europa orientale alle zone di conflitto in Africa: dalla Nigeria e dall’Angola, dove alimentava la guerra civile, fino alla Liberia, dove ha rifornito le truppe di Charles Taylor (il suo vicino di casa a Monrovia che lo ripagava in diamanti). Stephen Rapp, procuratore della Corte internazionale speciale per la Sierra Leone sostenuta dalle Nazioni Unite, lo ha definito “come Al Capone”, il capo della mafia di Chicago.
But non ha venduto solo Ak-47 e lanciarazzi Rpg, le armi più gettonate nei conflitti moderni perché economiche e facili da maneggiare, ma anche fucili di precisione, missili guidati, visori notturni, elicotteri d’assalto, sistemi d’arma S-300, strutture lanciamissili e mine terrestri.
Dalle armi sovietiche agli affari di oggi
But ha raccontato ad Africa Initiative di essere stato un addetto militare, con incarichi di interprete, prima che l’Unione Sovietica crollasse. In qualità di traduttore (parla il portoghese) ha lavorato sia in Mozambico – dove ha conosciuto la moglie, mozambicana – sia in Angola, Paesi lusofoni la cui guerra per l’indipendenza è stata fortemente sostenuta dall’Unione Sovietica.
Il crollo dell’Urss ha portato milioni di persone che prestavano servizio nell’esercito, tra cui But, a perdere il lavoro. “La presenza in Africa stava rapidamente diminuendo. Tutto crollò rapidamente“, racconta oggi. Ma, altrettanto rapidamente, è riuscito a risollevarsi. A partire dal 1991, con il grado di tenente, ha sfruttato la disgregazione dell’Unione Sovietica per arricchirsi enormemente: grazie ai buoni contatti negli ambienti militari è riuscito a mettere le mani su diversi depositi di armi, munizioni e soprattutto mezzi militari inutilizzati e abbandonati durante la dissoluzione dell’Urss. Ha costruito così una sua flotta di aerei e ha avviato un fiorente commercio di armi, rimettendo i piedi in Africa proprio dal Mozambico.
Negli anni Novanta, But ha mescolato le sue attività di contrabbando con affari legittimi e redditizi, come l’acquisto di gladioli per due dollari ciascuno in Sudafrica per rivenderli a 100 dollari a stelo a Dubai. But ha creato mercati sfruttando crisi e opportunità: il fallimento di Aeroflot gli ha messo a disposizione aerei e personale permettendogli di avviare business a basso costo. “L’Unione Sovietica ha sviluppato la tecnologia in modo molto economico ed efficiente: il costo per ora di volo dei nostri aerei negli anni Novanta (lo Yak-12 e l’Il-76) era almeno tre volte inferiore a quello di qualsiasi equivalente occidentale. Questo ci ha aperto il mercato”, racconta But ad Africa Initiative, aggiungendo che tale logistica era utilizzata “soprattutto per i trasporti su larga scala: attrezzature edili, attrezzature minerarie e persino trasporto di armi”.
Raccontando le proprie attività, But ammette di aver lavorato anche per le democrazie occidentali: in Ruanda ha agevolato la logistica militare europea, in Sudafrica ha trasportato “200 tonnellate al giorno da un’ex base militare”. Effettuava “molte spedizioni per vari governi africani (Ruanda, Angola, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana)”. Fino a diventare una piccola potenza: “Avevamo voli charter molto attivi in tutta l’Africa, così come verso l’Afghanistan. Ad esempio, nel 1997, siamo diventati la seconda compagnia aerea in termini di traffico merci all’aeroporto di Sharjah, dopo Lufthansa”.
Il ritorno nel continente
Negli anni le sue reti si sono progressivamente indebolite, ma i flussi di armi di fabbricazione russa verso l’Africa non hanno mai conosciuto crisi: tra il 2017 e il 2021, mentre But era in carcere, la Russia è stata il maggiore esportatore di armi in Africa, garantendosi una fetta del 44% dell’intero mercato. Nel 2021 Mosca ha esportato un totale di 14,6 miliardi di dollari di armi e armamenti, ridottisi a 10,8 miliardi (un calo di circa un quarto) nel 2022, l’anno dell’invasione dell’Ucraina. Secondo Alexander Mikheyev, direttore generale dell’Agenzia statale russa per l’esportazione di armi, Rosoboronexport, oggi le forniture sono tornate “ai livelli dell’era sovietica”.
Nella sua lunga intervista, But alterna ammissioni e smentite. Riconosce di aver trafficato armi ma, in altre risposte, nega di averle mai trasportate. “Nelle situazioni difficili, abbiamo sempre aiutato i governi africani a portare a termine spedizioni importanti: che si trattasse di consegnare armi quando necessario o di svolgere altri compiti”, dice riferendosi alla cooperazione logistica garantita a diversi Paesi come l’Angola.
E oggi sta cercando di riprendere i contatti di un tempo: “Abbiamo mantenuto i vecchi contatti e ne stiamo stabilendo di nuovi. Ho avuto l’opportunità di partecipare al Forum Russia-Africa nel 2023 a San Pietroburgo. E attualmente stiamo lavorando con il Sudafrica e altri Paesi”.
Proprio in Sudafrica, a novembre, Duduzile Zuma-Sambudla, figlia dell’ex presidente Jacob Zuma, è stata accusata da un tribunale di aver reclutato 17 cittadini sudafricani per unirsi alle truppe russe in Ucraina, con il pretesto di un addestramento alla sicurezza personale.


