recensione di Stefania Ragusa
Il nome di Georges Simenon è per tutti associato a quel formidabile personaggio letterario che è il commissario Maigret. Ma il celebre scrittore belga, nella sua lunga carriera, ebbe modo di volgersi anche all’Africa e visitarla, comprendendo prima di altri gli errori e gli orrori prodotti dalla sottovalutazione del continente. Il volume L’Africa che dicono misteriosa (Adelphi, 2025, pp. 220, € 16) raccoglie i reportage africani di Simenon, pubblicati negli anni Trenta su riviste dell’epoca.
Sono testi di denuncia, che mostrano il lato più torbido del colonialismo – il disprezzo verso i neri, lo sfruttamento degli indigeni, l’abbrutimento dei coloni – e che non mancarono di suscitare reazioni offese e risentite tra i lettori occidentali, ancora persuasi di portare sulle spalle il fardello dell’uomo bianco.
Simenon decide di andare in Africa dopo averne già scritto, nei suoi primi romanzi popolari, ricalcando il manierismo “pittoresco” del tempo. Successivamente affermerà di essere sempre stato anticolonialista, ma l’esperienza di ciò su cui aveva in precedenza favoleggiato ha evidentemente un impatto profondo. Se non gli consente di entrare in relazione con i neri, gli permette tuttavia di cogliere tutta la dissoluzione fisica e morale dei petits blancs, vittime anch’essi della propaganda coloniale. Come emerge dalle parole di un funzionario coloniale, riportate in uno di questi reportage: «Voi pensate che l’Africa vi parli, che vi stia chiamando, che negri e negre vi tendano le braccia e che la natura aspetti solo che andiate a cogliere i suoi frutti. L’Africa, mi creda, vi manda al diavolo!». La vicenda raccontata nel romanzo Colpo di luna (2025, pp.166, € 12), pubblicato successivamente e anche questo riproposto da Adelphi, si snoda esattamente su questo sfondo critico e sconsolato.



