Il 3 dicembre scorso, un gruppo di uomini armati che viaggiavano a bordo di veicoli anonimi e privi di contrassegni, senza mandato né muniti di placche o documenti identificativi, caricava a bordo di un’auto scura Deusdedit Ssekabira, un sacerdote della diocesi cattolica di Masaka, in Uganda. Da quel giorno, nessuno ha più avuto notizie di lui.
Il 13 dicembre, sabato, Serverus Jjumba, vescovo di Masaka, durante la messa ha informato i fedeli della scomparsa del sacerdote e il giorno dopo ancora, domenica 14 dicembre, le Forze di difesa del popolo ugandesi (Updf) hanno confermato che padre Ssekabira era “in custodia militare” perché coinvolto in presunte “attività sovversive” non meglio specificate.
In una dichiarazione del 14 dicembre, l’Uganda catholic lawyers society (Ucls) ha condannato “il rapimento” del sacerdote, definito “sparizione forzata”, e la sua “detenzione illegale” da parte degli agenti di sicurezza, denunciando aperte violazioni dei diritti umani. Secondo i legali della Ucls, padre Ssekabira sarebbe vivo e si troverebbe recluso in un centro detentivo di isolamento non regolamentato.
“Per dieci giorni la posizione e le condizioni del sacerdote sono stati nascosti alla famiglia” lamentano i legali dell’Ucls, denunciando la “sparizione forzata”. La nota dell’Updf con cui, domenica, si è ammesso l’arresto del parroco ha di fatto messo fine al periodo di scomparsa, ma non sana la presunta illegalità dell’arresto e della detenzione.


