Quarant’anni fa addio a Bob Marley, il reggae e la sua Africa

di Valentina Milani

Quarant’anni fa moriva Bob Marley, il massimo esponente della musica reggae, autore di pezzi storici quali “No Women No Cry”, “Jammin”, “Africa Unite”. Ma Robert Nesta Marley, in arte Bob, giamaicano, non è stato soltanto il re della musica reggae, ma anche un attivista e leader politico e religioso che ha contribuito a diffondere la musica e la cultura giamaicana in tutto il mondo.

Seguace, già da adolescente, del rastafarianesimo, nelle sue canzoni mise sempre al centro i temi dell’oppressione razzista e del legame con l’Africa. Nel corso dei suoi anni, la leggenda del reggae ha scritto numerose canzoni contro l’imperialismo europeo e si è pronunciata a sostegno del movimento per l’indipendenza dello Zimbabwe e contro l’apartheid sudafricano.

Marley si è recato per la prima volta in Africa nel 1978 quando visitò l’Etiopia, terra eletta per i rasta, che vedevano in Hailè Selassiè un profeta. Nel Paese, Marley visitò Shashamane, insediamento situato su 500 acri di terra donati dal negus ai rastafariani che scelsero di rimpatriare in Etiopia.

Alla domanda sulle sue convinzioni religiose, il cantante una volta disse: “Stai calmo, e sappi che Sua Maestà Imperiale, l’Imperatore Haile Selassie dell’Etiopia è l’Onnipotente (…) Cosa vogliono? Un Dio bianco, beh Dio diventa nero. Vero vero”. Marley fu battezzato nella Chiesa ortodossa etiope poco prima della sua morte e il suo funerale usò sia elementi ortodossi etiopi sia la tradizione Rastafari.

Marley fu molto vicino anche alla lotta di indipendenza dello Zimbabwe. Nel corso della guerra tra i ribelli e il regime rhodesiano, le sue canzoni erano state adottate dalle forze di guerriglia. Pubblicò la canzone “Zimbabwe” nel 1979 e la presentò per la prima volta nello stesso anno all’Harvard Stadium di Boston, Massachusetts. Nel 1980, Marley si esibì in un concerto allo stadio Rufaro di Harare per celebrare proprio l’indipendenza dello Zimbabwe.

Marley ebbe un rapporto anche con il Gabon. Allora il Paese era governato da Omar Bongo, un dittatore, ma Marley accettò ugualmente di suonare a Libreville. Fu accusato da più parti di aver favorito la politica oppressiva di Bongo. Suoi amici però confessarono che, più che la politica, poté l’amore. Marley era infatti innamorato di Pascaline, la figlia di Bongo che, secondo le testimonianze, “era stata molto importante negli ultimi anni della sua vita nell’introdurlo in Africa”. 

(Enrico Casale)

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