Gente di Tambacounda

di Stefania Ragusa

Negli anni Venti, il fotografo tedesco August Sander realizzò un progetto intitolato Menschen des 20. Jahrhunderts, ossia People of the Twentieth Century, che in italiano possiamo tradurre con Persone del XX secolo. Era una galleria di ritratti che raccontava la società tedesca di quegli anni, mostrandone la varietà e le sfaccettature, in contrasto con la retorica del popolo ariano e della razza pura. Fu un lavoro che infastidì molto i nazisti, tanto da venire successivamente  messo al bando.

People of Tamba, il progetto di Giovanni Hänninen che sarà esposto dal 16 maggio al 2 giugno a Milano, alla Fondazione Sozzani,  si ispira proprio a quel catalogo e alla sua forza dissidente, ma è focalizzato su Tambacounda, regione interna del Senegal, poco battuta dal turismo occidentale e grande esportatrice di migranti. Raccoglie, attraverso 200 ritratti, altrettanti istanti della quotidianità della gente rimasta a Tamba, come viene comunemente chiamata la città capoluogo della regione. Mostra il punto di partenza, riunisce i nomi. Si oppone, nel suo piccolo, alle narrazioni impersonali basate sui numeri e le statistiche. I migranti, quelli che affondano nel Mediterraneo o più spesso scendono dagli aerei, in alcuni casi arrivano da qui: da un salone arioso tinteggiato in fucsia o da un ambulatorio medico; hanno fatto gli apicoltori o raccolto il cotone; hanno pregato o giocato a calcio.

Prima di arrivare a Milano i ritratti  (stampe di 3 metri per 2) sono stati esposti en plein air sui muri della Medina di Dakar (in occasione di Dak’Art 2018), di quella di Marrakech (in occasione di 1-54, Contemporary African Art Fair, 2019), a Parigi per la Nuit Blanche 2018, a Palermo e a Firenze.

People of Tamba si abbina, idealmente e concretamente, a un altro progetto che potremo vedere negli stessi giorni alla Fondazione. Senegal/Sicily è una serie di video-documentari che porta, oltre a quella di Hänninen, anche la firma del filmaker Alberto Amoretti. Questi corti si soffermano su quel che accade dopo la partenza e, in particolare, su come viva in Sicilia (terra che ha straordinarie affinità col Senegal) molta gente di Tamba.
La prima puntata, raccontano i due autori, è nata quasi per caso. Mentre erano a Tamba a raccogliere le storie, una donna ha dato loro un biglietto con un numero telefonico italiano spiegando che apparteneva al suo figliolo diciassettenne, che era riuscito a raggiungere la Sicilia e viveva in un paesino in provincia di Caltanissetta. Hänninen e Amoretti hanno intervistato la donna e poi l’hanno filmata mentre telefonava al figlio. Tornati in Italia sono andati a cercare il ragazzo e hanno intervistato anche lui, cominciando a rendersi conto – anche loro – di una cosa ben nota ormai a chi si occupa di migrazioni: chi parte molto spesso non ha idea della vita vera che lo aspetta. Da qui la decisione di approfondire l’argomento, attraverso una narrazione documentaria e seriale.

Lo scopo di Senegal/Sicily è duplice: creare consapevolezza  sui pensieri, i sogni e le esperienze dei migranti e delle loro famiglie rimaste a casa e, allo stesso tempo, portare ai giovani della regione di Tambacounda un resoconto sincero che evidenzi i rischi del viaggio e spieghi cosa accade davvero a quelli che sono riusciti a entrare nella Fortezza Europa. Non a caso i corti  vengono proiettati anche nelle scuole e nei villaggi di Tambacounda, grazie alla ong Le Korsa che, periodicamente,  raggiunge le aree più remote della regione. Alla Fondazione Sozzani verrà presentato in anteprima Homecomings, che è il quarto episodio della serie, ed è incentrato sul senso di vergogna e fallimento che troppe volte inibisce il desiderio di tornare a casa.

(Stefania Ragusa)

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