Fumetti contro il coronavirus

di Diego Fiore
Didier Kassai
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La propagazione del coronavirus in Africa sembra procedere per ora più a rilento che altrove, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) prevede un’impennata dei contagi a breve. É soprattutto in quei Paesi che vedono uno scarso numero di contagi, e poche o nessuna vittima, che la diffidenza nei confronti della pandemia riporta a galla vecchie dinamiche tipiche del continente. Una tra tutte: il fatalismo.  «Per le strade si dice che questo virus è una malattia dei bianchi e che nella peggiore ipotesi ci si rivolgerà a Dio», spiega Didier Kassai da Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, dove i casi ufficiali di contagio sono ancora solo 6.

La campagna di sensibilizzazione

Didier è lo Zerocalcare centrafricano. Già noto per aver raccontato con i suoi disegni nel libro Tempesta su Bangui la guerra civile scoppiata nel 2012 nel suo Paese, è ora impegnato nella creazione di vignette per una campagna di sensibilizzazione sul virus promossa dalla Commissione Europea in Centrafrica. Mentre nel suo Kobane Calling  Zerocalcare descrive l’inossidabile resilienza dei curdi siriani nella lotta contro l’avanzata dell’Isis, nell’opera di Didier il popolo centrafricano martoriato dal conflitto tra milizie armate viene descritto privo di respiro vitale. E mentre il fumettista romano racconta di come a Kobane, anche sotto le bombe, si coltivi il sogno dell’indipendenza della regione Rojava, l’artista africano parla di come sia impossibile per il suo popolo anche solo concepire un’idea di Stato.

 

Pura sopravvivenza

Se è vero che i conflitti risvegliano sentimenti di rivolta, Didier non è d’accordo: «Le varie tragedie che abbiamo vissuto, colpi di Stato e guerre civili, non sono sempre un risultato della voglia di cambiamento. Rimane una visione fatalista del mondo in cui la vita è solo sopravvivenza». Sebbene l’epidemia virale non sia ancora divenuta un dramma in Centrafrica, il timore è che l’atteggiamento di ineluttabilità, quasi trasversale nella popolazione a prescindere dall’estrazione sociale, possa contribuire al suo dilagare. «La gente continua a frequentare i bar, a radunarsi e ad ignorare qualunque misura di prevenzione. Abbiamo imparato come evitare i gruppi armati, perché sappiamo chi sono e da dove vengono. Dobbiamo spiegare alla gente che è la stessa cosa col coronavirus. I fumetti sono d’aiuto».

 

«Siamo sicuri che il virus non si diffonderà da noi»

Altra regione, stessa dinamica: in Sierra Leone il ricordo dell’ebola è ancora vivo, ma lo scetticismo verso la minaccia di un’altra epidemia non sembra del tutto passato. Nella primavera del 2014 le radio locali cominciavano ad informare, invano, del contagio della febbre emorragica che si diffondeva a partire dal confine con la Guinea. Pochi mesi dopo, a Freetown il governo annunciava circa cinquemila morti nel Paese, che ha una popolazione di 8 milioni di persone. Oggi, qui si conta ancora solo un caso di Covid-19.  «Siamo sicuri che il virus non si diffonderà da noi. In ogni caso non abbiamo intenzione di smettere di lavorare, perché non servirebbe a salvarci», dice Mohammed Conteh, appaltatore edile della capitale (il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per 12 mesi, annunciando un primo blocco nazionale di tutte le attività per 3 giorni).

 

Il fatalismo africano

L’atteggiamento fatalista diffuso nel continente nero ha abbandonato, in buona parte, la matrice religiosa del passato. Difficile dire se oggi sia una maschera dell’indolenza, giustificazione di un certo assistenzialismo postcoloniale o la mancanza di una visione del futuro come progressione. Secondo Edem Kodjo, già premier togolese fino al 2006, «lo spirito africano è caratterizzato da una concezione dell’esistenza dominata dall’idea di una potenza creatrice, trascendente ed ostile ad ogni conquista della natura, ovvero agli sconvolgimenti sociali. Questo riduce lo spirito d’iniziativa verso tutto ciò che è ancora incognito». «L’Africa dovrebbe prepararsi al peggio», ha dichiarato di recente Tedros Adhanom Ghebreyesus, capo dell’Oms. È in questa prospettiva che il fatalismo africano è certamente un meccanismo di difesa, almeno mentale.

(Jacopo Lentini)

 

 

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