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Pubblicato il 14 Giu 2017 in In evidenza

Un amico di «Africa» nella stanza dei bottoni di Reporter senza frontiere

Un amico di «Africa» nella stanza dei bottoni di Reporter senza frontiere

 

di Pier Maria Mazzola
Un giornalista camerunese in esilio è da pochi giorni entrato a far parte del consiglio d’amministrazione di Reporter senza frontiere (Rsf). Si tratta per Eyoum Nganguè di un riconoscimento particolarmente significativo, in quanto è proprio «grazie a questa organizzazione – come spiega egli stesso ad Africa – che vent’anni fa potei scampare alla prigione e arrivare in Francia».  Gli amici della nostra rivista potranno ricordarlo ospite all’edizione milanese 2015 di «Dialoghi sull’Africa», dove presentò il suo libro «Capo di Buona Speranza» (Emi).

«Venivo incarcerato a New-Bell, la prigione di Douala, proprio nel giorno del mio trentesimo compleanno, il 22 gennaio 1997», dice oggi Eyoum Nganguè ai lettori della nostra rivista, mentre ricorda il suo percorso: da redattore di una testata satirica nel Paese retto da uno dei più longevi «afrosauri», Paul Biya, fino al cuore del più conosciuto presidio di difesa della libertà di stampa.

«Ero stato condannato a un anno di reclusione per oltraggio al capo dello Stato – aggiunge Eyoum, che del settimanale Le Messager-Popoli era editorialista –. Avevo scritto un pezzo critico nei confronti del progetto di revisione costituzionale che avrebbe assicurato l’impunità del presidente ad vitam aeternam».

L’incarcerazione di Eyoum, però, non passò sotto silenzio. Sollevò un’ondata di protesta da parte delle organizzazioni di difesa dei diritti umani. Il fondatore e allora direttore di Rsf, Robert Ménard, riuscì a anche a fare una breve visita al detenuto. Una mobilitazione «fruttuosa», sottolinea l’interessato: dopo oltre due mesi in cella, gli fu concessa la libertà provvisoria. Gli rimanevano comunque ancora 300 giorni da scontare, prima o poi. «Per non dover ritornare in galera, ho scelto la via dell’esilio. E a Parigi, gli uffici di Rsf sono stati la mia prima casa».

In Francia ha messo su famiglia e ha continuato a fare il giornalista, in seno al più importante gruppo editoriale cattolico (Bayard Presse) e pubblicando interventi su temi africani su testate diverse (anche in Italia, con una rubrica sul mensile Mondo e Missione). «A Parigi – Eyoum ci tiene a sottolinearlo – ho anche ben presto creato l’associazione “Giornalisti africani in esilio” (Jafe) per accogliere le “vittime” delle violazioni della libertà di stampa, che alla fine degli anni Novanta si facevano sempre più numerose».

«E il 6 giugno – conclude Eyoum – sono stato eletto membro del CdA di Reporter senza frontiere. Vent’anni sono passati. Da beneficiato di questa associazione, mi trovo a esserne amministratore. Vent’anni sono passati. E Paul Biya, al potere dal 1982, è sempre sulla sua poltrona. Nel frattempo sono cambiati i mezzi di comunicazione (con l’avvento di internet), ma sono anche apparsi nuovi strumenti di repressione (anche grazie al pretesto della lotta al terrorismo)».

Nganguè, sempre attento a quel che accade nel suo Paese di origine, porta a questo proposito due esempi freschi: «A partire dal 18 gennaio scorso, per mesi internet è stato sospeso nelle due regioni anglofone del Camerun. Le autorità accusavano le popolazioni di quell’area del Paese, storicamente emarginata, di utilizzare la Rete per “incitare all’odio”».

L’altro caso, ancor più recente, è simile, e in forma più grave, alla storia di Eyoum stesso. È la condanna a 10 anni di reclusione del giornalista Ahmed Abba per «complicità in atti di terrorismo e mancata denuncia del terrorismo». «Aveva semplicemente realizzato dei reportage in una zona flagellata da Boko Haram – chiarisce Eyoum Nganguè –. Sono due esempi che mostrano quanto la libertà di informare sia una lotta con tempi lunghi e quotidiana. E io adesso intendo darvi il mio contributo dal mio nuovo ruolo in seno a Rsf».

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